L’orologio se lo tenne Pasquina, ma il biglietto rimase al nonno che lo serbò fino alla morte.
Così il viandante riprese la via dell’esilio.
Disceso dalle grandi strade, dalle solitudini eterne alla sua casa antica, vi aveva trovato il deserto, un deserto glaciale, un’aridità paurosa. L’anima sua che cercava un antico tepore di sogni, di bontà, d’amore ne fu angosciata, affranta. Era inutile tentare; il tempo aveva profondamente mutato il suo mondo antico. Ripartì.
Per molti anni, nei giorni di Natale, giunse ancora una sua lettera indirizzata a nonno Sante e un regaluccio. Non dava mai l’indirizzo; non gli potevano rispondere.
Poi siccome le maggiori amarezze non ispengono l’illusione nel cuore dei semplici; siccome egli per quanto non lo volesse doveva pure, e la vecchiaia ve lo spingeva, ritornare verso il punto della terra nel quale ogni cosa aveva per l’anima stanca una parola e un ricordo, non tenne fede alla promessa e ritornò.
Lo videro per caso; si era rifugiato in una capanna nei campi.
In que’ suoi ultimi giorni, essendo incapace di lavorare, si caricò di una vecchia icone e andava pei mercati vendendo immagini di santi.
I fratelli lo lasciarono fare. L’ultima volta che nonno Sante lo vide, fu di sera, vicino a un orto, alle porte della città.
Si sentì chiamare, si volse e vide Cristoforo che giungeva lungo il ciglio della strada, curvo sotto la sua icone.
Il rosso sole giocondo era sui prati smeraldini in un tramonto sereno.