Scendevano le greggi dalla montagna. Lo stanco viatore si fermò; posò a terra il cavalletto sul quale dirizzava l’icone; allargò le braccia a togliersi dalle spalle l’immagine sacra nascosta da due piccoli battenti rozzamente istoriati; levò di fronte al sole che rideva sui prati verdi, il suo piccolo altare. Dalla pieve dei Romiti giungeva un suono di campane: era l’Ave.
Zio Cristoforo si tolse il lacero cappello e chinò il capo bianco. Le ultime rondini volavano nell’alto cielo, stridendo.
Giungeva rapida la sera chè la stella del pastore era su le rame degli orti. Tacquero per lungo tempo. Gli occhi azzurri del vecchio erano velati, non lucevano più; un po’ dell’anima loro era partita incontro all’ultimo sogno.
Non cercavano, come una volta, negli occhi del fanciullo un po’ d’affetto; era per essi una vaga lontananza, una tranquilla solitudine nella quale si assorbivano abbandonatamente.
L’anima dell’esiliato aveva raggiunto l’esilio supremo; aveva trovato in sè stessa e nel mistero vissuto ora per ora, nei lunghissimi anni del cammino, la pace tranquilla della morte.
Disse:
— Addio, Santino. L’ora è sonata anche per me e non ci rivedremo. Addio.
Si baciarono, poi il vecchio viandante tolse su le spalle l’icone, infilò il cavalletto in un braccio e partì lentamente sotto la prima sera.
Nonno Sante non lo rivide mai più.
Tre anni dopo, nelle notti del Natale, lo zio Cristoforo, con la sua icone sulle spalle, fu trovato in fondo a un fosso, assiderato dal freddo.