La Tunisi nuova, la Tunisi moderna; chè quella araba, la vera, giace più in alto, lontana dal frastuono, tutta raccolta nel dedalo delle sue viuzze solitarie, la Tunisi moderna seduce il viaggiatore che vi giunga nuovo, per il contrasto continuo ch’egli può cogliere di passo in passo per le vie, nei caffè, nei negozi, ovunque si agiti la vita.

All’infuori dei Tunisini più evoluti (che qui chiamano i giovani turchi) i quali vestono all’europea e per distinguersi dall’uman gregge e render note le loro tendenze avveniriste calzano un berrettone di astrakan; all’infuori di costoro e di gran parte degli ebrei, e fra tutti non sono molti, la popolazione indigena ha mantenuto intatto l’antico costume, o meglio la grande varietà dei costumi. Dai poveri che vestono il kadrun, una specie di tonaca di rozzo panno, tutta spalle e niente maniche, terminata da un cappuccio e adorna da cordoni biancastri che ne seguono le giunture, ai ricchi che passano avvolti nel loro ampio burnus, bianco e lucente, alta sul capo la cecìa ricinta più volte dalla bianca benda che si chiama kasta, la varietà si moltiplica, si espande, fiorisce nei colori, nelle forme, si fonde, si completa in un quadro abbagliante che questo sole torrido vivifica magnificamente.

Passano mori dalle gambe nude, i piedi scalzi, un paio di brache bianche, un kadrun su le spalle; recano ceste di violette, di piccoli tulipani e vi offrono con garbo la loro mercanzia floreale, senza sorridere, quasi compissero un gesto di estrema dignità; passano bimbi seminudi, vestiti a volte da una sola camicia bianca, strappata in varii punti, e vogliono lucidarvi le scarpe a tutti i costi (Tunisi è invasa da un vero esercito di lustrascarpe indigeni); passano arabe, nascosto il viso dalla benda nera, panneggiate nel loro sifseri che è un manto il quale le avvolge tutte. Procedono lentamente e silenziosamente, infilati i piedi in certe loro pantofole e rosse e gialle e verdi. Passano ebrei dalla dgebba azzurra e ebree nel loro caratteristico costume, terminato da un cono: sono piccole, rotonde, grasse, dal nasetto affogato fra due guance enormi. Camminano in fretta ondeggiando come anatroccoli spaventati. Poi sudanesi spettralmente lunghi, tanto più neri quanto più bianca è la loro veste. Quando ridono pare facciano bella mostra di tutta la chiarezza che hanno disponibile negli occhi e nei denti; quando parlano la loro voce gutturale ed aspra vi fa l’effetto di un mugolìo squisitamente bestiale. Ed altri ancora, infiniti altri in una cinematografia che non ha termine, che vi abbaglia e vi sorprende. Sono beduini che giungono dalle campagne poi che la carestia li sospinge; santoni dervisc che vestono una sola camicia, che hanno il capo scoperto attorniato da una selva irsuta di capelli, gli occhi larghi e stupiti, il magro volto oscuro contratto dalle sofferenze. Si appoggiano ad un lungo bastone, trascorrono fra la folla senza guardare, senza osservare, tutti assorti nella loro follia. E sono fanciulli che sospingono, gridando, un vecchio asinello; ragazze che passano nel sole avvolte in un loro sifseri vermiglio; teorie di portatori mori e sudanesi che trascorrono offrendosi e cantando; gente agiata che passeggia, annegata nella kasciabìa, specie di sacco di lana con maniche cortissime, adorno e fioccuto come una bardatura da cavallo; ricchi che sfoggiano manti verdi, celesti, paonazzi; è una folla multicolore che si accorda, sotto l’azzurro cupo di questo cielo di smalto, in una composta letizia, la quale non ha riscontro; una folla grave, accigliata, solenne, dal portamento sacerdotale, sdegnosa e indifferente per tutto quanto si agita intorno a lei, muta e assorta in un secolare fatalismo. E, nella città moderna, ogni aspetto della civiltà europea, della nostra vita quotidiana, impallidisce, scompare di fronte a questo mondo ignoto che non possiamo intendere compiutamente, che ci passa vicino sì, ma velato come il volto delle sue donne dai grandi occhi di gazzella.


Tale è il primo aspetto di Tunes el bida distesa nel suo piano fiorente, coronata da minareti e da cube fra i monti di Hamman-el-lif e i monti Laguan: una fastosità occidentale sopraffatta dal carattere di un oriente che si mantiene intatto nel suo taciturno mistero. Una fusione strana in cui vari elementi si mescolano senza disperdersi, senza confondersi, senza originare l’uniforme gora della vita nostra.

La nostalgia dell’oriente che aveva animato di singolari fantasie i lunghi silenzi della mia prima giovinezza deserta, non mi aveva tratto in inganno; ciò che vedevo nell’incerto sfondo di una lontananza irraggiungibile ecco fiorisce innanzi agli occhi miei con tutta la sua luce e il suo fascino occulto.

Mi allontano dalla Tunisi moderna, varco la Porte de France, entro nelle piccole strade che precedono lo schiudersi della città moderna.

A poco a poco il frastuono si disperde, i passanti si fanno sempre più radi, sempre più scarsi gli europei. Il passaggio è quasi insensibile, ma ad un tratto mi accorgo di essere solo in una viuzza bianca, inondata di sole, silenziosa come certe vie conventuali nelle nostre città di provincia. Quattro archi moreschi susseguentisi inquadrano lo sfondo di un’altra via la quale si disperde in una penombra azzurrastra. In alto, dai muri bianchissimi, sporgono le barmacli, le finestre protette da griglie fittissime attraverso le quali le arabe guardano per la via senza essere vedute. Le piccole porte ad arco moresco, dai battenti rossi e verdi lavorati ad arte, sono tutte chiuse. Più su si elevano nel sole le terrazze. In fondo appare il profilo gibboso di una cuba. Non si ode che il cinguettìo dei passeri da invisibili giardini e, a volte, un altro cinguettìo più sommesso attraverso le barmacli chiuse nel profilo di un arco squisito o lavorate come graziosissime mensolette sospese nell’aria ad accogliere un nascosto tesoro. Un grido lento e nasale si avvicina:

El fakrun! (Le testuggini!)

Passa una vecchia scalza, sporca di fango, dalla faccia tatuata. Reca su le spalle un sacco di testuggini. Le chiedo: