— Dove le hai raccolte?
— Nella foresta! — mi risponde e prosegue lanciando all’aria il suo grido nasale, in attesa di qualcuno che voglia comprare le tarde bestie tenute in gran pregio dagli arabi perchè portano fortuna.
Poi anche la voce di lei si disperde, è riassorbita dal silenzio gaio, dalla raccolta solitudine pensosa.
La luce si fa sempre più viva, inonda le piccole vie bianche, pulite, nelle quali permane un vago odore di muschio e di gelsomino, di incenso e di rose. Ad un tratto sotto un arco più alto che si apre nel sole, oltre l’ombra di una moschea, appare una giovane beduina. Potrà avere dodici anni forse; è alta, sottile come il fusto del papiro, bruna come la buccia del grano maturo. Porta sul capo e la sorregge col braccio destro una grande anfora. È bella come la luce del suo deserto. Gli occhi grandi e luminosi hanno una trasparenza gemmea.
Si chiama Khadija (la pura). La fame l’ha scacciata dai campi insieme a tutta la famiglia sua. Hanno abbandonato la tenda per cercare in città di che vivere. Non si lamenta, non impreca. Ad una piccola fonte deterge i piedi scalzi e si allontana, e scompare nel sole, silenziosamente.
Dagli invisibili giardini giunge il cinguettìo dei passeri che pare culli il languore e la dolcezza stanca di Tunes el bida, l’estrema città dell’oriente.
Il Mercato del Dolore.
Sono passato oggi dal Suk, il mercato coperto pieno di brusio e di profumi.
In un angolo, alcune donne ammantate sedevano a terra, in fila lungo il muro. Ognuna aveva innanzi a sè un mucchietto di cenci: vecchie vesti, sifseri, veli sdrusciti. Attendevano il compratore. Vendevano l’ultima loro miseria. Erano calme e rassegnate.
Un vecchio passava e ripassava agitando un incensiere nel quale ardeva del benzoino. Incensava le povere donne per portar loro fortuna e raccoglieva qualche soldo. Un negro, un po’ più lontano, intingeva in un po’ d’olio raccolto sul fondo di una scodella, un pezzo di pane ammuffito.