E le donne velate guardavano senza fiatare, senza invitare i passanti a soffermarsi per offrir loro le vecchie vesti stinte, i veli a lustrini, gli sifseri vermigli. Avevano le mani piccole, bianche e scarne e gli occhi solari lucevano dietro alle bende.

Si è fermato un vecchio, ha contrattato per lungo tempo, con una giovinetta, uno sciamma cilestrino, poi l’ha gettato a terra e se ne è andato ridendo.

A voce sommessa, dolcemente, senza ira nè dispetto, ella ha allungato il braccio a raccorre la sua miseria derisa e ha mormorato:

— Pazienza, mio Dio!

Poi è ricaduta nel suo dolce stupore.

Il Santone.

Alle porte di Tunisi, fra i fichi d’india e le macerie, in un terreno cosparso di rovi, di pietre, di buche e di immondizie abita un Santone.

È un uomo scarno, lacero, sporco, dai lunghi capelli azzollati, ridotti a una massa compatta innominabilmente lurida.

Veste uno sciamma che non ha colore, che non ha età e lascia trasparire, dagli innumerevoli strappi, il corpo macerato, ricoperto di loja.

Cammina lentamente appoggiandosi ad un lungo bastone; è scalzo, ha lo sguardo attonito, le labbra flaccide, il volto di un idiota. Non parla, non sorride, non si guarda attorno, non si preoccupa del mondo più che non si preoccupi del lerciume nel quale vive. Non so se tanta sporcizia sia un segno della sua superiorità divina; forse sì, se si considera il venerando rispetto dal quale è circondato.