Si chiama Mohamed; ha sessant’anni; è solo. Sua casa è un buco nella terra; una tana come non ne hanno le volpi; vive sotto il sole e sotto l’acqua; mangia quel che mangia: un fico d’India, un rosicchiolo, una buccia di cocomero; cade sovente lungo la strada, e le sue cadute si moltiplicano innanzi alle botteghe dei fornai, o ai venditori di kuskus; allora la gente gli si stringe intorno; lo risolleva e lo ammira.

Qualcuno sorride. Il popolo lo chiama: — Il giusto, il santo! — e lo fa morir di fame.

Odia gli europei, gli infedeli contro i quali ha tentato di bandire, molti anni or sono, una specie di crociata. Ora attende che Maometto lo chiami. Non so se le divine Urì possano sedurlo; su la terra, a’ suoi bei tempi, ha odiato le donne e vuolsi ch’egli sia stato un padre Origene dell’islamismo.

L’ho incontrato oggi nei dintorni di Tunisi. C’era un gran sole; Mohamed, il santo, veniva lentamente verso me a capo scoperto.

Ad un tratto, da una maceria, è sbucata una frotta di ragazzi che si è data a rincorrerlo e a lanciargli sassi. Mohamed si è rivolto; gli occhi suoi si sono illuminati di repente, poi, levando il bastone, ha gridato a gran voce:

— Possiate essere maledetti e sia maledetto il vostro seme e tutta la razza umana....

Le quali parole, in bocca a un Santone, mi hanno fatto pensoso.

Un Funerale.

Questa mattina ho assistito a un funerale arabo. Passava per le vie di Tunisi e le vie erano quasi deserte.

Era un piccolo feretro chiaro, portato a spalle da quattro uomini; dipinto in celeste e lavorato ad arte graziosamente; traforato, scolpito ma semplice; semplice come un fiore. Aveva, a sommo, una ghirlandetta di viole: null’altro e, intorno, tutto l’oro del mattino.