Avanziamo turandoci il naso; sarà prudente far ciò.
Le strade sono strette, oscure, tormentate in avvolgimenti continui. Per soprappiù piove a dirotto. Si cammina fra una melma spessa, formata da chi sa quali elementi. Meglio è non guardare; tirar diritto con cuore risoluto.
Sporche le vie, sporche le case, i cortili, le scale, le finestre. Il lerciume non ha avuto riguardi, nè pudori, nè titubanze: si è esteso con bella franchezza dalle strade alle stanze; è salito dai marciapiedi ai comignoli; ha accolto tutte le cose sotto il suo velo pareggiatore. Una veste bianca pone una nota stridente fra tutto questo grigio: stona, non è a posto, dispiace, direi quasi disgusta. Due mani candide farebbero ribrezzo. È questione di far l’occhio, di abituarsi ad uno stato di fatto, a una predilezione. Si vede tutto uguale, tutto concorde in una mirabile armonia e si pensa: — Questo è un mondo a parte: ha i suoi gusti, le sue tradizioni, le proprie preferenze e conviene accettarlo tal quale esso è. Discuterlo significherebbe diminuirlo.
E per diminuire il lerciume del quartiere israelita tunisino occorrerebbero tutte le pompe a vapore di cui può disporre Londra e forse non basterebbe. No, perchè si tratta di una veste secolare di una qualità che non si ferma alla superfice ma che ha raggiunto l’anima delle cose.
Oggi le donne fanno pulizia. Convien dire così perchè non si può disporre di una parola diversa; converrebbe crearla per significare esattamente ciò che fanno le donne ebree (tunisine) nel giorno consacrato al riposo. Rinnovano la superfice, mescolano le varie sostanze di rifiuto, le tramutano o le adunano su la soglia. Ogni soglia è una concimaia; ciò è esatto. Può darsi che tale uso leggiadro abbia una ragione; ad esempio quella di non invitare il passante ad entrare; sarebbe la ragione opposta al salve patriarcale. Una soglia fetida non vi lusinga anzi è un invito a proseguire. Comunque sia, la via è di tutti, ragione per la quale nessuno si sente in obbligo di curarla, di rispettarla. Le cose di tutti sono sempre le più disgraziate. All’infuori del mio e del tuo l’uomo non ci vede chiaro e doventa un animale maligno. Parlategli del bene sociale ed egli vi capirà solo allora quando potrà pensare di chiamarsi società. In ogni uomo c’è un Io-società e basta; più oltre c’è la tenebra. Le astrazioni non hanno fortuna e, sotto un certo punto di vista, una strada non potendo essere nè mia nè tua è una specie di astrazione. Ecco perchè su la strada, nella strada e per la strada ogni cosa è lecita. In questo quartiere, ad esempio, è diventata per comune accordo uno sterquilinio.
A quando a quando certe zaffate come d’aglio stantio giungono non si sa da dove; sono per l’aria; caratterizzano l’ambiente.
Tutte le porte sono aperte: sogguardo: ecco una fila di anditi angustissimi, scivolosi, nerastri; un’umidità tenebrosa e puzzolente. Sono lastricati? E chi lo sa? Le pareti furono un giorno imbiancate a calce? Chi potrebbe dirlo? In fondo riluce qualche patio, qualche cortiletto in cui la grigia giornata affoga malinconicamente in un lungo sbadiglio.
Le donne si muovono, gridano, cantano, urlano. Assisto a frequenti bisticci. È una razza irrequieta, nervosa e litigiosa; si accapiglia con facilità, strilla che pare abbia di continuo le doglie del parto. È affannata: un niente la fa montare in furore. Oh santa pace! Come potrà prosperare il classico istituto della famiglia dati simili temperamenti? È come una antropofagia intenzionale; se non si mangiano in realtà, si consumano nell’ira, le quali cose hanno punti di contatto. Vivono in tempesta; sono come legni che si cozzano in un porto malsicuro.
Dalle finestre aperte, basse, difese malamente da griglie in isfacelo mi giungono, quasi da ogni casa, simili concerti vocali: sono donne e bambini, ragazzetti e fanciulle; ne deduco che il giorno festivo sia dedicato di proposito a tale novissima esercitazione.
Un uomo mi sorride. È fermo sopra una soglia immonda come tutte le sue sorelle. Lo guardo in viso, lo riconosco. Piccolo, grassoccio, sorridente; affogato nelle ampie brache farebbe la fortuna di un circo equestre. Si chiama Jacob. Da dieci giorni lo trovo alla Porte de France e da dieci giorni mi chiede imperturbato se sono disposto a vendergli un paio di calzoni. La mia impazienza non lo ha scoraggito nè punto nè poco. Una volta la sua petulanza è giunta a tanto, che mi si è fatto incontro con le mani unite a giumella facendo risuonare le monete che vi teneva rinchiuse per trarmi al mercato proposto.