È vero è vero! Una pinguedine gialla, molle, traballante, gelatinosa; qualcosa di informe, una specie di elefantiasi artificiale mi sta innanzi. Quali campioni della specie! Tutto è cresciuto a sproporzione deformandosi in una mostruosità bofficiona che desta ilarità e compassione. Ogni linea ha superato le misure della verosimiglianza. Le guance non si posson più chiamar tali, non sono guance anzi gotoni, due sfericità sovrabbondanti che sopravanzano dando al volto un che di badiale e di allegroccio che fa pensare a cose ridanciane. La grazia della gola e la linea del mento scompaiono sotto una enorme pappagorgia. Il naso è ridotto ad una coserellina minuscola, umilmente inutile; la bocca si è arrotondita, costretta com’è a rimaner dischiusa; assomiglia al becco del pesce palla. Il resto del corpo non ha linea, è una deformità impacciata che stenta a muoversi e il costume ne compie la grazia. Le solite brache fino alla caviglia e il corsaletto e l’ampio velo che dipartendosi dal cono fermato sui capelli si stende lungo tutta la persona a pareggiarla in una linea ancor più goffa. Vedute di dietro in tal costume codeste giovinette da marito non sembrano già creature ma otri fantastici, semoventi faticosamente fra il brusìo delle vie popolose.

Nessuno dice parola.

Debora guarda con vivo compiacimento la sua pingue prole poi, a un cenno di Jacob, le due grazie fanno una specie di inchino, si rivolgono ed escono senza dir parola. Non ho udita la loro voce, non so, ma mi pare debba essere sottile, eunuca, tremante. I grandi involucri hanno talvolta sorprese simili.

Ho ancora negli occhi l’ondular lento e impacciato delle due sorelle e i pochi passi faticati e le rotondità mostruose.

Una via di Susa.

Quando siamo per la strada, Jacob mi dice che da quattro o cinque mesi non escono di casa ma stanno rinchiuse di continuo in una stanza buia, tutte intente a rimpinzarsi, a trangugiare, fin che resistono, certi cibi speciali preparati ad arte dalla madre loro. Più ingrassano e più sono certe di raggiungere il termine estetico verso il quale si appunta il desiderio maschile. Per un ebreo tunisino una donna magra è ripugnante; esso porta nell’apprezzamento della bellezza femminile gli stessi criteri seguiti dai mercanti di certi quadrupedi commestibili. Dio mi guardi dal voler adombrare con ciò la gentilezza di cotali vergini ebree; dopo tutto esse non fanno che piegarsi alle esigenze maschili, si deformano perchè ciò è necessario; debbono piacere, e si sottopongono alla cura dell’impinguamento. Le ottentotte, allo stesso scopo, si allungano le labbra per mezzo di dischetti, tanto da sembrare mostruosi anatroccoli; le negre di Bengasi si infilano un corallo rosso nel naso; le sudanesi cercano di avere i piedi enormi e via dicendo. Non v’è cosa più insensata del desiderio umano, soggetto, com’è, a deformazioni stravaganti.

— Vuoi vederne ancora? — mi chiede Jacob.

— No; mi basta ciò che ho veduto.