E si prosegue per viottoli sempre più neri, sempre più fetidi.
Incontriamo ancora donne goffe nei loro goffi costumi a colori vivacissimi. Quanto più vivo e stridente è un colore tanto più sembra bello. Non conoscono o non sanno apprezzare le sfumature.
Ma non sono tutte brutte codeste donne; qualcuna si salva e più precisamente le ridestate, quelle che non seguono la macabra tradizione.
Ecco Rebecca. L’ho veduta su lo sfondo di un piccolo patio nel quale mormorava una fontanella. Era appoggiata ad una colonnetta bianca. Vestiva di scarlatto. Era bella come le donne di Moab, come le vergini d’Israel sotto i padiglioni lucenti. Bella d’occhi e di capelli e di persona; il suo colore era quello dell’oliva quando il sole la feconda.
Per il silenzio di lei fioriva il Cantico d’amore, dato al Capo de’ Musici dei figlioli di Core, sopra Sosannim:
.... Ascolta, fanciulla, e riguarda, e porgi l’orecchio: e dimentica il tuo popolo, e la casa di tuo padre:
Ed il Re porrà amore alla tua bellezza....
E la figliuola di Tiro, ed i ricchi fra i popoli, ti supplicheranno con presenti....
Era pura come un mattino sul mare.