Poco distante dal Suk dei profumi, entro il recinto dei mercati coperti, una griglia verde fra colonne policrome, rosse e turchine chiude l’accesso a un piccolo cimitero. È un quadratuccio di terreno alto quasi mezzo metro sul livello della strada; vi cresce un’erba rada e pallida poichè vi manca la luce. Ivi sono raccolte due tombe quadrangolari che assomigliano a due arche, ma sono di legno, dipinte in rosso ed in celeste ad archi moreschi. Vi riposano due santoni, due saggi che vissero in santità e onorarono Iddio. Data la singolarità della loro ultima dimora, vien fatto di pensare contengano ben altra cosa che non poche ossa polverose, raccolte tuttavia negli ultimi brandelli di un sudario. Arche sembrano, sì, ma arche nuziali, odorate di spigonardo e d’ambra. La santità de’ buoni vecchi non basta a inciprignire la gaiezza della loro dimora.
D’altra parte gli arabi non temono la morte e non la vogliono nera. Non conoscono nè la tetraggine, nè la sfacciata volgarità dei nostri cimiteri. Meglio è sorridere di una tomba anzichè ritrarsene con paura o con disgusto. Una morte che si perpetui in un sorriso non è morte compiuta. Noi, sì, ci annientiamo miseramente in un lugubre rituale, per il nostro spirito misero, troppo misero di sole e di gaiezza.
Ho ripensato alle due tombe medioevali elevate a due legisti in una piazza di Bologna, alte sopra sottili colonne gemine, circondate d’aria e di luce, simili a un dolce nido sotto l’azzurro. Non so concepire come il medioevo abbia potuto creare qualcosa di tanto sereno.
L’età moderna non ne comprese la bellezza quando negò a un suo grande poeta una simile esaltazione.
L’anima nostra è ancora troppo oscura. Noi non amiamo i morti.
Ecco quattro proverbi che ho raccolto oggi da un vecchio, in un bagno arabo:
I. — Fa il bene e buttalo a mare; se non lo sanno i pesci lo sa Iddio.
II. — Se venissero esaudite le preghiere dei cani, dal cielo pioverebbero ossa.
III. — Il cane abbaia e la carovana passa.
IV. — Il segreto ti è schiavo; se lo riveli ne diventi schiavo.