“Appena sorse l’alba, la gente si avvide di ciò e andò intorno gridando che un verme (sussa, in arabo) aveva mangiato il filo al quale era sospesa la gemma.

“Da quel giorno, il nome di Susa è restato all’antica Hadrumetum„.

Per me rimane Djohera il gioiello. Una gemma bianca incastonata su l’orlo del mare turchino. È tutta bianca. L’immagine di una nube che passa nel cielo mattutino di un maggio, ne dà la sensazione, non foss’altro per ciò che è colore.

Si stende sopra un colle su la riva del mare, è piatta, le sue bianche mura orlate paiono trine. A quando a quando dalla sua massa frastagliata che sale dolcemente col salire del colle si leva un palmizio, un minareto, una cuba, e sopra è il turchino del cielo profondo, e sotto è il turchino del mare. Un nido fra due immensità gioconde.

È il vero sorriso dell’oriente, una fra le immagini che assecondano maggiormente il nostro sogno. In tutta la costa fra cielo e mare, non ha sorella.

Nessun’altra città la supera in gaiezza serena nè in Siria, nè in Egitto, nè in Algeria. È la gemma saracina: Djohera.

Intorno le si distende il Sahel dagli immensi oliveti.

L’Ombra del Mandorlo.

C’è, a Susa, una piccola fonte remota fra gli ulivi; la chiamano l’Ombra del Mandorlo.

L’ho veduta ieri; vi sono giunto per caso, aggirandomi per le viottole fra gli uliveti.