Ero felice, contento di un nulla, della chiara mattina. Mi è parso che il sole sorgesse in me. La grande letizia del giorno si era trasfusa in tutti i miei sensi; ho sentito l’anima mia, figlia del mondo, riempirsi di luce come tutte le cose.
Ad un tratto un mormorio di acque correnti mi ha fatto sostare e, in un lembo di terreno dispoglio, ho veduto un mandorlo e una piccola fonte. Da questa derivava un ruscelletto gorgogliante che scorreva fra ciottoli e fiori e si perdeva ben tosto sotto l’ombra degli ulivi. Il mandorlo era in fiore.
Mi sono seduto all’ombra azzurrina, d’altro non mi importava: nè di andare, nè di sapere dove ero; mi erano innanzi due cose vive, due voci, due forze misteriose quanto il palpito del mio cuore: un albero e una fonte.
El Djem.
El Djem ora non è che un villaggio arabo, un miserrimo villaggio, un aggruppamento di sudicie tane. Fu già grande città e si chiamava Thysdrus.
Ci siamo soffermati a guardare il grande anfiteatro che è il terzo nel mondo per bellezza.
Tale monumento, che pare una copia del Colosseo, contava sessantaquattro arcate. Fu costruito nel III secolo dall’imperatore Gordiano.
Nel 689, dopo aver riportato numerosi successi sugli Arabi, la regina dei Berberi, Damiah-el-Kahena, fu costretta a rinchiudersi nel detto anfiteatro del quale fece distruggere le scalinate per otturare le arcate inferiori.
La tradizione racconta che, obbligata dalla carestia, ella fece scavare un sotterraneo che trovava sbocco a dodici chilometri da El Djem.
Tale sotterraneo, oggi in parte interrato, sembra essere l’avanzo di un condotto d’acqua che permetteva di innondare l’arena per i combattimenti navali.