Courage non cammina più in fretta, procede lentamente, sospettoso e guardingo; colorisce piacevolmente la sua parte di violatore dei santi precetti del Corano. Pericoli non ve ne sono perchè nessuno sorveglia il nostro andare, ma è bene far intravvedere al viaggiatore nuovo una infinita serie di possibilità nemiche. Ad un tratto il buon Khalifa spegne la lanterna e mi porge la mano:
— Vieni con me, presto!
Ubbidisco. Ormai sono nelle sue mani e mi lascio guidare saltando da pozzanghera a pozzanghera.
Una sosta. Non so da qual parte mi giunga il suono di un tamburello e di una specie di salterio. Sono immerso nell’oscurità. Tutte le stelle sono scomparse sotto le nubi nere. È un suono lento, grave, a lunghe pause, a subite riprese. Il tamburello segna un ritmo di danza sul quale il salterio ricama una semplice melodia; non più di un tema ripreso su varie tonalità, difficilmente arricchito da qualche sviluppo. Dapprima ne ricevo un’impressione penosa e monotona, ma poi, a mano a mano, tale procedere lento e tranquillo, insistente e languido mi affascina, tiene ridesta la mia attenzione. È il vibrare continuo di tre o quattro note predominanti, gravi ed intense che si intrecciano in vario modo assecondando il ritmo del tamburello. Poi una voce chiara e squillante si leva; è la voce di una donna, di una giovanetta. L’improvviso balzare di un fresco riso in una letizia mattutina. Canta un’antica canzone moresca, una canzone d’amore. Forse nella casa occulta, innanzi al patio ricco di colonne, fra tappeti e candelabri di bronzo e lampade a tronco di piramide tutte arabeschi e lucentezze, ella danzerà agitando (alte le nude braccia) seriche stoffe vermiglie; danzerà fra i profumi dell’incenso e dell’ambra, del muschio e del belzuino, le caratteristiche danze orientali assecondate a meraviglia da questa musica singolare. Basterà al suo moto, un solo tappeto, un niente, uno spazio tanto raccolto da poter raccogliere null’altro che i suoi piccoli piedi; e gli occhi di lei, gemmanti, vivi di un interno ardore, si fisseranno immobili come il bianco viso, fermo nello smarrimento dell’ebbrezza. Poi il collo si snoda, e il torso e il seno, senza che il capo ondeggi, trema e si agita come il giunco e come il ligustro sotto l’impeto della fiamma; finchè la canzone si muore e tutto si tace in un grido breve ed improvviso.
Una sposa beduina.
Accampamento di beduini.