Corfù.

Fermi in mezzo alla via, udiamo questo grido e udiamo il cupo mormorio degli spettatori dalla sala occulta aperta sui colonnati del patio.

La dolce voce che ha cantato una fra le più fresche e passionali canzoni dell’oriente si è spenta in un singulto. Invano attendo che risorga nella notte. Courage mi trascina, mi sospinge verso la meta non lontana.


Sostiamo alla porta di una casa silenziosa. Courage si guarda attorno una volta ancora, poi si decide e cautamente picchia tre colpi ai quali succedono altri tre colpi. Una pausa. Qualcuno si avvicina dall’interno, sosta dietro la porta chiusa. Un rapido dialogo si inizia, poi un battente si dischiude appena, una mano mi afferra dall’oscurità e mi trascina dentro. Non so dove si vada; siamo sempre al buio. Attraversiamo un cortile, un’altra porta si dischiude. Finalmente! Eccoci nel santuario.

Una lunga stanza bassa, dalle pareti bianche, dal soffitto rozzamente dipinto in rosso e in verde. Schierati lungo il muro sono cinque telai verticali; ad ogni telaio è una lampada fumigante ed una donna accosciata sopra un piccolo tappeto, le gambe incrociate. Una vecchia viene ad incontrarmi, si tocca la fronte e il petto poi si bacia la mano e sorride, sorride sempre non abbandonandomi un attimo con gli occhi.

— Che vuole costei? — chiedo a Courage.

— Dalle un franco.