È la prima tassa. Ubbidisco. Frattanto si ode l’infuriare dei telai. Le piccole spole adorne di campanellini tintinnano e squillano nell’affrettato lavoro. Pare il bubbolio di cinque sonagliere in un trotterello cadenzato. Mi avvicino ad osservare; mi chino su la trama dell’ordito per vedere in volto le tessitrici. Sono cinque giovinette dai dodici ai quindici anni brune e piacenti, dagli occhi pieni di sorrisi. Tessono, all’uso di Kairuan, certi loro tappeti di lana dal disegno bizzarro e dai colori vivacissimi. È tutto un lavoro di piccoli nodi su la trama distesa. E le mani scorrono rapide e le spole squillano e tintinnano senza requie. Le cinque giovinette hanno il capo avvolto in bende di seta dalle quali sorge, sopra alla fronte, un’onda di capelli neri. Vestono una maglia, una specie di bolero adorno di pagliuzze lucenti e un par di brache ampie e cadenti fino alla caviglia. Sono scalze. Ad un tratto abbandonano il lavoro, infilano i piedi in certi loro zoccoletti bene adorni e mi si affollano intorno sorridendo e tendendo la mano. La legge di Maometto è violata, ma è violata anche la legge della discrezione.
Lunghe, interminabili fila di dromedari che giungono dalle oasi si accampano nei fùnduk alla periferia della città; carovane di beduini, di fellàh, povere, cenciose, aduste dai soli del deserto; una folla meno ricca di quella di Tunisi ma più varia e più caratteristica anima e percorre Kairuan, la città santa. Dal primo mattino fino alle ultime ore della luce questa folla è in movimento, si incrocia, si urta, si assiepa nei mercati, nei caffè, nei fùnduk, nelle moschee, ma senza vociare, senza frastuono. L’arabo parla poco e sommessamente. Può restare immobile per ore ed ore, raccolto in qualche angolo, le gambe incrociate tra le pieghe del suo burnus senza annoiarsi, senza mostrare alcun segno di stanchezza. Pare concentrato in una meditazione profonda e forse non pensa. È in uno stato di dormiveglia. Riposa. Così le città arabe più popolose, per la natura stessa dei loro abitanti, non conoscono il frastuono.
Kairuan, che è corsa da un fiotto continuo di gente, si può dire relativamente una città silenziosa. E non vi è angolo di lei che possa dirsi deserto. Dalle piccole vie alle arterie principali è una fiumana continua che esce dalle moschee, entra per le case, si disperde per le piazze, si sbanda sui mercati. La via più popolosa è occupata per metà dai rivenditori che hanno distesa all’aperto la loro mercanzia e vi si sono accoccolati in mezzo, sopra una piccola stuoia, le gambe incrociate. Vendono in prevalenza generi alimentari: peperoni rossi disseccati, cavoli, carni di montone, teste di montone arrostite. In una botteguccia tanto angusta da potere accogliere appena il proprietario, un enorme vaso pieno di kuskus, il caratteristico manicaretto arabo, in attesa degli uomini sfama le mosche. I piccoli caffè sono rigurgitanti. Dove non saprebbero stare cinque europei, dieci arabi sanno adattarsi comodamente. E questa loro qualità di usufruire del minimo spazio, fa sì che i loro caffè possono prosperare. Si tolgono le ciabatte, si raccolgono su le stuoie l’uno vicino all’altro come tanti sacchetti, si allineano sui sedili, lungo le pareti e fanno scomparire le gambe, inutili appendici. Così nelle botteghe da barbiere, dove osservo i pazienti farsi radere le gambe e le braccia e nelle trattorie e in tutti i luoghi nei quali il pubblico debba sostare. Giungono ondate di profumo. A passo a passo riesco sul mercato, oltre la bella porta arcuata. La folla dirada come procedo verso la sterminata campagna. Il sole tramonta, si infosca fra nubi sanguigne.
Odo il grido del muezzin. Due fellàh che sono per via si gettano a terra, si prostrano, il capo volto verso la Mecca. Il cielo si illumina ancor più di una fantastica luce abbagliante, poi, senza graduale passaggio, quasi di repente, subentra il crepuscolo con la corona delle prime stelle. Kairuan scompare, si raccoglie nella penombra della tepida notte rabbrividendo fra i lunghi canti dell’amore e l’onda persistente di tutti gli aromi delle terre calde.
Chadliia.
Parto. Nell’immensa pianura si odono belati di agnelli e il sommesso parlare dei fellàh che vanno al mercato. Il sole è appena sopra la terra; illumina e non riscalda. Fa freddo. Dai sentieri fra i fichi d’India appaiono cammelli e beduini.
Grandi distese di grano verdeggiano come lo smeraldo e, dall’alto, le allodole salutano il sole e il loro nido.
Kairuan è tutta color di rosa, sola nell’immenso piano, senza l’ombra di un albero. Una visione che commuove come nessun’altra, una fantastica città d’amore in mezzo ai grani e alle acque stagnanti. La penso e la vedo così perchè è strana e nuova per il mio ricordo, per la mia conoscenza; non v’ha una linea nota; mi dà il brivido delle cose belle e inattese.
Dolce città saracina ignota al mio sogno! Sorride nella molle carezza del sole, chiusa sul suo mistero.