L’arabo e il dromedario.

Che la civiltà sia passata da questa terra e vi abbia lasciata la propria impronta è indiscutibile; che gli arabi usufruiscano tranquillamente e indifferentemente dei benefici che la civiltà stessa ha portato loro è più che evidente, ma non è altrettanto evidente ed indiscutibile l’apprezzamento che questo popolo, chiuso nella propria tradizione, impassibile nel ferreo cerchio della sua legge fatale, faccia o abbia fatto intorno a tale espandersi di energie superiori e prepotenti.

A giudicare dalle apparenze, si direbbe che gli indigeni non fossero nè scossi, nè sorpresi dalle nostre scoperte, dalle nostre innovazioni, dal nostro quotidiano furore di vita. Si direbbe anzi che essi ci considerassero con una certa tal quale pietà, fra ironica e benigna, da vecchia gente che sa ormai cosa valga il mondo e che non trova necessario prenderlo troppo seriamente. L’arabo genuino assomiglia un poco al suo dromedario; gli assomiglia per l’indole, se non per l’intelligenza. Ora il dromedario è una bestia impastata di tranquilla beatitudine e di docile sdegno. Il deserto ne ha fatto un filosofo come la natura ne ha fatto una creatura grottesca. Nulla sorprende la sua indiscutibile fierezza; nessuna cosa inusitata può farlo trasalire o meravigliare. Il dromedario è lento. Il dromedario padroneggia i propri sentimenti. Un tardo volgere di quel suo muso inalberato obliquamente sopra un collo a mezzaluna potrà significare il colmo della sua sorpresa. Molte volte non fa che volgere la coda a ciò che non rientra nell’ambito del suo mondo secolare, e in tale gesto è lo sdegno del filosofo. Un’automobile non lo impaurisce, gli ripugna. Un treno diretto non ridesta la sua attenzione. Egli vede molte cose, troppe cose correre, precipitare in quel suo sterminato mondo, del quale era un tempo l’unico dominatore, ma con tutto ciò non modifica nè l’andatura, nè la particolare concezione della vita. Se qualcuno vuol rompersi il collo se lo rompa, non per questo egli ne sarà preoccupato o commosso. Se la disgrazia toccherà a lui, tanto peggio. Gli europei han fatto sì che le acque sane non manchino; egli continuerà a far le proprie provviste, per otto giorni, nella pozza più fetida che incontrerà sul suo cammino. A che pro mutare? È forse ben certo, il buon dromedario, che ciò che hanno istituito gli europei sia stabilmente duraturo? Il suo cuore millenario non lo sollecita e non lo sprona, anzi gli consiglia di non mutare ambio. Egli può guardare le cose dall’alto; la natura lo ha favorito in ciò. Così passa fra le automobili e i cavalli veloci, fra i treni e le varie macchine strepitanti, ondulando lentamente nel suo passo grave, diritto il muso innanzi a sè, non curandosi più del repentino impeto di una corsa sfrenata di quel che non si curi di ciò che reca su la gobba. Bestia magnificamente superiore che sarebbe ingiusto giudicare idiota, per quanto anche l’idiozia abbia indiscutibili virtù.

Ora, come dicevo più sopra, l’arabo genuino assomiglia molto al suo dromedario, tantochè sarebbe difficile decidere a tutta prima quale fra i due sia più mussulmano. Da che dipenda tale somiglianza io non so e non so neppure se il dromedario abbia imitato l’arabo o viceversa. Il fatto sta che l’uomo e la sua bestia hanno l’identico temperamento.

Andando in automobile da Susa a Sfax per una via interminabilmente diritta, aperta in gran parte in un piano brullo, sul quale rilucono a grandi distanze gli stagni salsi, avemmo occasione, ad un certo punto, di vedere in lontananza qualcosa che ci precedeva: non era più di una piccola macchia nera sotto il sole. Il meccanico, pratico del paese e degli abitanti, siccome aveva spinto la vettura a tutta velocità, non pose tempo in mezzo e, data aria alla sirena, cominciò una sinfonia di mugolii, di sibili acutissimi, di strappi e di singulti. La macchia lontana si avvicinava con rapidità fulminea. Ben presto distinguemmo di che si trattava. Era un beduino sul suo dromedario. Occupavano il mezzo della strada e non si volsero neppure una volta a sogguardare. In un battibaleno li raggiungemmo. Il meccanico dette i freni, sterzò gridando, ma nello stesso punto il dromedario si spostò, si pose di traverso e fu investito.

Tanto la bestia quanto l’uomo ruzzolarono a vari metri di distanza oltre la strada. Balzammo in piedi impauriti; corremmo verso le vittime quasi volontarie e.... Il beduino si era rialzato e stava rassettandosi il burnus; il dromedario si levava allora. Tanto l’uno quanto l’altro non dimostravano la benchè minima sorpresa. Erano tranquilli. Pareva tornassero da una gita di piacere. E alle nostre sollecitazioni l’arabo non rispose che una volta sola e molto brevemente:

— Era scritto!

Poi dopo una sommaria visita di ricognizione alla sua bestia, riprese la strada e se ne andò senza fiatare.

Esempio mirabile di indifferenza e di rassegnazione. Ora, su temperamenti simili, quale effetto può produrre la civiltà nostra? Molto probabilmente un effetto nè benefico nè malefico. La civiltà non penetra e non corrode queste genti. Scivola via e lascia il tempo che trova.

Dal Corano alla Moschea.