A Kalaa Srira mi sono accostato oggi alla botteguccia di un libraio. Un vecchio uomo, dalla barba veneranda, sedeva sopra una stuoia, sulla soglia della sua piccola tana. Aveva le gambe incrociate, il volto atteggiato alla più solenne tranquillità ch’io mi avessi mai veduta. Vestiva una dgebba di panno verde scuro ricamata in seta. Aveva sul capo un turbante candidissimo. Intorno a lui giacevano cosparsi tanti mucchietti di vecchi libri arabi. Mi ha lasciato considerare la sua mercanzia senza muoversi e senza fiatare; solo, quando ho teso la mano a prendere un volume rilegato in nero, mi ha respinto pronunziando concitatamente una serie di frasi incomprensibili. Ho capito poi che si trattava del Corano. È ben vero ch’egli non avrebbe peccato, tanto sarebbe rimasto, per me, pien di mistero quel libro dagli inesplicabili scarabocchi; ma tanto fa: io, come infedele, non potevo toccare, senza profanarlo, il libro sacro. Mi sono allontanato dalla botteguccia semioscura, dalla quale lo spirito di Maometto pareva mi guardasse rabbiosamente e, per vie bianche e tranquille, letificate dal sole e dall’azzurro, son giunto ad una piccola moschea. Passavan due donne avvolte nel loro sifseri nero.

Dalle mura di un giardino sovrastavan su la via i rami di un pesco in fiore. Fra il bianco vivissimo dei muri e il caldo azzurro del cielo, quei fiori acquistavano una grazia squisita. La primavera si affacciava sorridendo oltre i vietati confini, soffusa di rosa come la giovinezza. Mi sono seduto su la scalinata della moschea, senza pensare, assorto in quell’improvvisa carezza di luce. Per molto tempo non ho udito se non la eco di qualche voce lontana, voce velata di languore nella calda giornata; per molto tempo ho sostato in una soave tranquillità di pensiero e di spirito. Vedevo al mio fianco un minareto erigersi bianco e disadorno nel sereno, pareva un nido di colombe, un alto nido su le case raccolte. Poi un brusio, un busso di zoccoli si è avvicinato: la porta della moschea si è aperta alle mie spalle. Qualcuno ha parlato sussurrando. A tre, a quattro, a dieci sono sopraggiunti gli anziani e i giovinetti. Li guardavo incuriosito, senza alcun’aria inquisitoria, allorchè mi sono accorto di non essere guardato con altrettanta semplicità. Ho sorpreso alcuni dialoghi concitati, alcuni occhi troppo insistentemente fissi su la mia modesta persona finchè, non muovendomi io dalla comoda positura prescelta, un giovane arabo mi si è avvicinato e mi ha detto in puro francese:

— Voi non potete restare qui.

— Qui dove? Su gli scalini della moschea?

— Precisamente.

— E chi me lo proibisce?

— La nostra legge.

Mi sono alzato e per la seconda volta ho ripreso la strada. La legge è la legge, sia cristiana come mussulmana, ed io, di fronte a questo mondo, mi sono sentito un po’ come l’ebreo errante.