La grande moschea di Kairuan col suo immenso patio lastricato di marmo, col suo alto minareto che domina tutta la città, con le sue innumerevoli colonne, vera selva di steli marmorei fioriti a sostenere la grazia dell’arco moresco, mi ha stupito senza superare l’immagine ch’io mutamente vagheggiavo.

Era il crepuscolo quando vi entrai. Da poco era finita la preghiera. Nel patio, fiancheggiato da un loggiato, sostavano, conversando sommessamente, alcuni fellah dall’alto turbante. Una luce quasi violacea scendeva con la penombra. Ebbi la sensazione di trovarmi in una vastità raccolta entro la rovina di una bellezza antica, di una bellezza nostra. Le colonne appaiate e i capitelli erano in prevalenza romani; così il lastricato del patio, così il materiale di costruzione e ciò che rimaneva di nostro aveva tuttavia la forza di superare in bellezza le bianche cupole scannellate, il seguito degli archi, i ricami del minareto. Nell’interno del tempio tale sensazione non si modificò, anzi si accrebbe, chè nel fiorire interminato di basse volte, l’unica cosa che richiamasse l’attenzione erano appunto le colonne romane e i capitelli a foglia d’acanto. Due forme d’arte, le espressioni di due anime antitetiche si trovavano in intimo contatto senza fondersi, anzi l’una nella sua forza compiuta e possente soverchiava l’altra e la immiseriva. Non nella grande moschea vasta e taciturna io colsi l’intimo e sincero fascino dell’anima moresca, ma più nella semplice e disadorna moschea delle Tre Porte e più ancora in quella vietata di El Bey che si eleva nel sole in un seguito di vaste terrazze e pare si perda come in un biancore diffuso quando il sole l’avvolge. In queste ultime non confusione di stili e di elementi disparati, non intromissione di un sentimento diverso in pieno disaccordo con l’anima del luogo, ma il rivelarsi di un’arte indigena che seppe e sa tuttavia esprimersi nelle sue schiette forme.

Giorno di preghiere.

Oggi è giorno consacrato alla preghiera per le donne. Da questa mattina lunghe teorie di bimbe, di vecchie, di giovanette avvolte e velate nei loro sifseri bianchi, neri e rossi, escono dai vicoletti, si incrociano su le piazze, si dirigono verso le campagne nelle quali sorgono i marabùt dalle piccole cube. I marabùt sono costruzioni minuscole, non più grandi di una modesta casa, dalla porticina adorna di battenti policromi, dalla cupoletta imbiancata di calce. Agli infedeli ne è vietato l’ingresso. Più che tempii, veramente, sono tombe; tombe di Santoni sparse senza legge per la campagna e nell’interno delle città. Là dove la morte colse l’uomo saggio, venerato dal popolo, ivi sorse il marabùt in segno di ricordo e di venerazione. Alle donne sono vietate le moschee, agli uomini i marabùt. Dove si accoglie un sesso l’altro non può stare. Allah non ama le cose promiscue. Alcuni fra questi tempii singolari sono cinti da piccole mura, altri sorgono fra i fichi d’India, altri fra gli olivi, altri appaiono nella immensità della campagna deserta, a distanze grandissime.

Gironzando senza meta pei dintorni di Kalaa Srira ne incontro moltissimi. Dal loro interno mi giungono suoni di cembali e di canzoni, musiche strane misurate su ritmi indefinibili. Più che preghiere sembrano canti d’amore. L’onda armoniosa esce da certe finestrelle tanto piccole che vi potrebbe passare appena il capo di un bimbo. L’andirivieni delle donne velate non finisce mai. Entrano, escono dai piccoli tempii, si soffermano su la soglia, parlano a voce sommessa. Le bimbe hanno quasi sempre lo sifseri vermiglio e, a volte, procedono col volto scoperto.

Un vecchio povero, nel nome di Robbi, cerca tre soldi per comprarsi una misura di grano. Più innanzi un giovanetto mi indica una piccola casa ridente che sorge a lato di un marabùt. Cosa insolita, la bianca terrazza è adorna di gerani in fiore; dalle barmacli celesti sporgono rami di gelsomini.

— Questa è la casa di Frek-el-luz, — mi dice. — L’hai conosciuta?

— No.

— Frek-el-luz (il cuore della mandorla) era la più bella figlia di Kalaa Srira ed era sola e fece il piacere degli uomini. Nessuna altra, come lei, sapeva cantare e danzare. Durò quanto dura una mandorla. Ebbe la vita della primavera. Morì a diciott’anni e la sua casa rimase vuota. Ma v’è chi l’ama tuttavia e coltiva i fiori ch’ella ha lasciato.

Guardo la casa solitaria. Un alito di vento scuote leggermente le corolle vermiglie dei gerani; pare che invisibili mani le sfiorino: le mani della piccola bella che aveva sì teneri polsi per monili di perle.