Il rito degli Aissauas.
Una cosa feroce ed orrenda; ne provo tuttavia l’intenso ribrezzo.
La notte è discesa. Entriamo in una specie di stamberga male illuminata. È un tempio, una cantina, un’osteria? Non si capisce bene. La natura del luogo è indefinibile. Un sacerdote grave ed austero, dalla lunga barba nera, dagli occhi spiritati, ha cominciato una singolare preghiera nel nome del dio Aissa. Intorno, intorno, raccolti e apparentemente tranquilli, stanno i seguaci del rito furibondo. Li osservo. Sono facce spettrali dalle grosse mandibole, dagli zigomi sporgenti, dalle guance incavate. Facce patibolari. Gli occhi rilucono sinistramente nell’ombra. Cantano, urlano? Non so. Dalle loro grosse labbra esce un mugolìo sordo e roco che pare voglia essere modulato. A poco a poco tale mugolìo cresce di intensità. Ma i neri ceffi dai lunghi capelli aggrovigliati sono tuttavia tranquilli. E il sacerdote incalza. Il nome di Aissa ricompare con maggiore frequenza; è un grido reiterato; il termine fisso del sopravveniente furore. Già qualche volto ha un guizzo, una contrazione spasmodica e repentina; già qualche mano si increspa subitamente su le lacere vesti. E il grido sale, si amplifica, si espande. È come un’ebbra follia che prorompe tumultuando. La voce del sacerdote non è più sola. Ogni ritmo cade; ogni cadenza scompare. Le bocche si aprono all’urlo contraendosi; gli occhi si storcono, roteano nelle orbite; le vene si inturgidiscono nei colli e nelle tempie; si vedono pulsare a gran furia. Ogni minuto che trascorre segna il sopravvenire del parossismo. Lo spirito del dio epilettico è presente. Gli energumeni hanno perduto ogni potere inibitorio trascinati dal loro fanatismo mostruoso; fissi gli occhi nello smarrimento dell’ipnosi, corrono, si intrecciano, si prosternano, si levano irrigidendosi, le scarne braccia alzate.
La piccola Helena.
La Canea. — Una strada nel quartiere turco.