Il Dio è presente. I suoi fedeli lo vedono, lo sentono nell’impeto del farnetico e danzano sopra spade affilate, si percuotono con verghe roventi. Sanguinano, urlano, si arrovellano in un furore senza posa che stordisce ed esalta.
Ci volgiamo, abbiamo bisogno d’aria, di pace. Vicino alla porta, nascosto nell’ombra, accosciato è un vecchio fedele di Aissa. Muove le mascelle lentamente e ad ogni moto è uno scricchiolìo sottile, uno stridore che fa abbrividire. Una bava sanguigna gli esce dalla bocca.
— Che cosa mangi?
Leva gli occhi e non risponde.
— Che cosa mangi?
E il vecchio si sporge, dischiude le mani sanguinanti: sono piene di vetro in frantumi, in ischegge sottili, minutissime. Non potrebbe rispondere. Apre la bocca orrendamente ferita e, nella stupida fissità del suo fanatismo, riprende imperturbato l’orribile martirio.
Gabès.
Sostiamo nell’antico mercato degli schiavi cristiani. Non è gran cosa. Un cortiletto cinto da un basso porticato, tanto basso che un uomo di statura superiore alla media non potrebbe starvi diritto. Su le colonne tozze, adattate alla meglio, osservo qualche iscrizione malamente graffita, appena decifrabile.
Una dice: Io Angelo Dajello di Torre del Greco fui preso schiavo il 20 agosto 1759 dai mori barbareschi. E un’altra: Michele Piumolillo nato il 31 marzo 1724 morto il 9 gennaio 1762. — Forse un compagno di prigionia ne volle fissare così il ricordo. E una terza: Io Michele Gerace, schiavo, ho servito nel Serraglio. — Nella quale si vede come Michele Gerace non fosse affatto schivo di servire nei serragli, anzi come traesse da tale insolita occupazione un certo suo vanto non assolutamente privo di dignità. Tanto l’uomo si adatta alle proprie occupazioni e se ne accontenta.
Attorno attorno, dove era esposta un tempo la preda umana degli antichi corsari, sotto il loggiato umido, sono distese lunghe stuoie su le quali una fila di beduini medita su la fatalità del sonno. Tutto è fatalità per questa gente, così l’erba che cresce fra i grani e che nessuno strappa giacchè il buon Dio l’ha mandata, come la mosca che li importuna. Tutto ciò che accade era scritto nel gran libro di Allah. Se una carestia minaccia il paese, nessuno vorrà perdere la propria serenità o correre ai ripari: era scritto. Se una pestilenza li macera e li decima e li tormenta non se ne daranno maggior cura: era scritto. Tutto è scritto, tutto è codificato, preveduto, catalogato nel libro dei cieli, nel libro del destino. Ogni azione umana è inutile di fronte a ciò. La morte giunge quando il suo tempo è segnato, nè un minuto prima, nè un giorno dopo. Tu ti affanni e muori; ti agiti, gridi, ti arrovelli in mille opere, in mille studi, consumi miseramente la tua vita senza gioia e muori; muori come colui che non si è data alcuna pena, gli sei uguale nella morte, gli sei uguale nel destino che può attenderti oltre il trapasso: dunque? Perchè agitarsi tanto? Meglio è sostare nel sonno e conquistare la suprema indifferenza. Data la quale illazione la maggior parte degli arabi dorme o sonnecchia in nome del suo Profeta. E fedeli al Profeta lo sono sempre, sì nel fanatismo religioso come nell’implacabile disdegno per le cose della vita. A volte per tale loro virtù negativa riescono ad uno stoicismo ammirevole.