Ricordo un vecchio, un vecchio uomo che aveva più di cent’anni. Lo scopersi un giorno aggirandomi per le vie più remote di Tunisi. Il luogo era solitario, silenzioso. Non discendeva nell’ora crepuscolare, per la via stretta ed oscura, se non una bambina, una nera. Aveva gli occhi lucenti e un gran sorriso bianco su la sua faccia tonda. I capelli corti e cresputi. Mi chiese un soldo e se ne andò come una reginetta contenta. Rimasi solo fra le case ermeticamente chiuse, dalle quali non mi giungeva suono, che pareva albergassero un singolar mondo da fiabe, un mondo di ombre taciturne immobilizzato nello stupore del silenzio. Il crepuscolo era grigio. Da qualche ora era spiovuto e il cielo era tuttavia nuvoloso. Grigio in cielo e fango in terra. Un oriente inverosimile, da far nascere la nostalgia dell’estremo nord. Ad un tratto vidi una porta socchiusa. Ristetti ad ascoltare, e come non mi giunse alcun suono sospinsi i vecchi battenti color della cenere e guardai nell’interno. La porta si apriva in una specie di cortiletto angustissimo, reso più angusto da una catasta di legna che vi era ammassata da un lato e da un gran mucchio di cenere. Sul muro, a destra, si apriva la nera bocca di un forno. Tutto intorno, ammassate alla rinfusa, erano pietre, tegoli, calcinacci; cumuli di rottami e di immondizie. La reggia dei topi. Ed oltre il fetido ritrovo non poteva esservi altro. Tutto doveva cominciare e finire in quella specie di antichissima concimaia. Non era ammissibile che qualcuno abitando oltre il cortile, avesse potuto tollerare simile entrata. L’ispezione e la deduzione furono rapidissime e già stavo per andarmene quando mi sentii chiamare. Ristetti sorpreso, guardandomi intorno, levando gli occhi agli alti muri per scoprire da quale misteriosa soffitta potesse essermi giunta la fioca e tremante chiamata, allorchè la riudii di nuovo ma più vicina. Pareva uscisse di sotto la cenere, da una tomba fra la cenere nerastra. Era una voce stanca, di timbro indefinibile; una di quelle voci in cui il tempo pare abbia lasciata la sua gromma sì che giungono velate come da una lontananza. Voci che muoiono prima che il cuore muoia. Diceva:
— Che cosa cerchi? Che cosa vuoi?
Inoltrandomi un poco vidi chi mi parlava.
In fondo al cortile, nell’angolo più buio era scavata nel muro una piccola nicchia bislunga tanto da poter ospitare appena un uomo sdraiato o seduto. Un tempo doveva servire da giaciglio al fornaio, ora era l’unica e continua dimora di un vecchio centenne.
Non distinsi, a tutta prima, se non un cumulo di luridi cenci; un avviluppo singolare di bende e di brandelli tra il grigio e il nero, ma esiguo, un piccolo rifiuto abbandonato là fra gli altri rifiuti. Poi dall’incomposto arruffio di stracci vidi levarsi una mano scarna, sottile, ridotta allo scheletro, tremante; un intrico di ossa e di vene nel quale era tuttavia un soffio di vita; e, più in fondo, appena emergente dalle spesse bende, un volto sparuto ma, più che un volto, un teschio del quale non erano visibili se non i denti, gli zigomi e le occhiaie. Tutto il resto era d’ombra, era l’ombra.
E la voce affiochita ripeteva:
— Che cosa cerchi? Chi vuoi?
— Non cerco nessuno. Ma tu perchè stai in questa tana?
— È la mia casa.
— Stai sempre qui?