— Siate buono, diteglielo — soggiunse la mamma e non levò gli occhi dal lavoro.
Nonno Sante brontolò; prese la pipa dalla stufa e l’infilò fra le labbra.
— Chi se ne ricorda?... Saranno cent’anni!... Lasciamo stare, lasciamo stare; ti conterò la storia di Baruccabà.
Ma poi le dolci insistenze la vinsero su la sua ritrosia e nonno Sante parlò.
— Che debbo dirti se lo ricordo appena? Era un giorno di sole; tornavo dalla campagna. Entrando nella camera del babbo vedo un grande uomo che mi viene incontro e mi abbraccia. Lo guardai. Aveva un gran paio di stivali, un colletto nero che gli arrivava sotto al mento e le basette nere. Doveva ripartire la sera stessa per raggiungere la Grande Armata. Ricordo che mi disse: — Santino, se torno dalla Russia ti porto con me in Francia. — Per questa promessa gli volli bene; ma non tornò più. Quel giorno era giunto a Forlì anche zio Cristoforo e i due zii non parevano fratelli, ma l’uno il padrone e l’altro il servitore. Zio Cristoforo era sempre sereno e non si lamentava e non chiedeva niente, anzi quando ritornava da’ suoi lunghi viaggi mi portava sempre un ricordo.
Quel giorno mio padre e zio Giovanni lo tennero per un’ora chiuso nello studio e li udii parlare ad alta voce e gridare.
Alla sera tanto Giovanni quanto Cristoforo ripartirono.
— E dove andò zio Cristoforo?
— Andò per le strade. Poi una notte, per Natale, vennero a chiamare mio padre. Avevano trovato Cristoforo su la strada del Ronco. Veniva da lontano. Voleva fare il Natale con noi; ma ormai era vecchio e stanco. Era morto in fondo a un fosso, assiderato dal freddo.
Tacemmo. Mia madre scrollò il capo continuando il suo lavoro paziente; nonno Sante accese la pipa e non parlò più.