Sul far della notte Selìma gettò ne’ suoi bracieri i profumi più inebbrianti dell’oriente, ne saturò la tenda damascata, rossa e turchina, cosparse il giaciglio di gelsomini e di rose rosse, poi, scesa alla fonte, si deterse e si unse di olî odoriferi.

Fatma l’attendeva.

— Vieni che è l’ora.

Selìma non aveva fretta. Si tolse le armille d’argento e d’oro, disciolse il nero gorgo de’ suoi capelli e vi intrecciò fiori di gelsomino, del gelsomino orientale dal molle profumo insidioso, poi, disciolta l’hamla serica, allargò le braccia e la fece discendere lentamente lungo il seno e le anche finchè apparve ignuda. Allora tolse da una piccola arca incrostata d’avorio, una spera d’argento e si guardò.

Si vide bella nella perfezione della sua forma intatta. La pelle di lei aveva il caldo tono dell’oro, ardeva come il sole. Sorrise, cedette la spera a Fatma e disse distendendosi sul molle giaciglio:

— Venga Selem; lo aspetto.

E Selem entrò; ma ancora non era a mezzo la notte che i servi lo avevano scacciato dalla tenda di Selìma.

L’identica sorte toccò a molti altri i quali giunsero di lontano e se ne andarono vinti.

Ultimo fu Mohamed, il bel lupo.

Egli trascorse l’intera notte al fianco della giovinetta; ma, sul far del giorno, dichiarandosi vincitore e negando ella di essere stata vinta, decisero di andarsene dal Kadi per aver giustizia.