La Pignòla si spicciò, la minestra fu servita. Mezzalana non toccò cibo, ma nessuno gli pose mente se non fu la vecchia Pignòla. Questa che, dopo essersi pienata la sua verde scodella, preso il nero cucchiaio di legno, si era seduta sopra un sacco di farina, in disparte, a consumare il suo pasto, guardava a quando a quando il marito e mangiava di mala voglia. Poi non potè resistere e disse:
— Mezzalana, non avete fame?
Il vecchio non rispose. E la donna:
— Non fate bene a star sempre digiuno! Vi guasterete la salute!
Mezzalana grugnì in sì malo modo che la vecchia Pignòla abbassò l’insolcata faccia su la scodella e non parlò più.
Compìto che fu il pasto, tutti salirono al piano superiore e Mezzalana rimase solo; allora, come udì spengersi a mano a mano ogni fruscìo, si tolse le scarpe, staccò la lampada appesa sotto una trave e andò ad assicurarsi che tutte le porte fossero ben chiuse. Si fece poi alle scale e stette in ascolto. La sua gente dormiva affranta dalla stanchezza. Ciò piacque al vecchio, il quale si guardò attorno ancóra, chè lo teneva l’eterno sospetto di essere spiato. Stava per compire qualcosa di sacro, qualcosa che gli era come un misterioso rito verso il suo Dio sonante. E per tale rito al quale, dai lontani tempi della sua immemorabile giovinezza, egli si era tenacemente votato, dormiva solo, in uno stambugio attiguo alla cucina e nessuno vi entrava se non Pignòla, rarissimamente, quando il consorte suo non poteva levarsi dal letto.
Entrato che fu nel Sancta sanctorum, tirò il catenaccio, posò la lampada sopra una sedia e, presa una piccola scala a piuoli, l’appoggiò ad una trave e vi salì. Nel corpo di detta trave, per mezzo di certi suoi nuovi congegni, egli aveva aperto un rifugio capace di contenere comodamente le cose che voleva riporvi; e tale rifugio era sì ben chiuso che, dal basso, nessuno avrebbe potuto sospettarne l’esistenza. Vi salì adunque, ne tolse la chiusura, l’ispezionò e come fu sicuro dell’affar suo, vi depose la sacra mercanzia ch’egli aveva presa antecedentemente da un ripostiglio praticato nel muro, dietro l’arca. Compìta ch’ebbe la faccenda, ridiscese, portò la scala altrove, uscì su l’aia a specular la notte. Era sereno. Tempo calmo. Il Carro saliva nello spazio verso i sommi cieli, con le sue sette stelle. Allora, trasse dalla stalla Simone, l’attaccò alla carretta e se ne andarono per le strade silenziose verso la pineta marina.
E l’alba non ancóra era per nascere quando Mezzalana e Simone ritornavano con l’erba piastrella. Ma se Simone era tranquillo circa la sua sorte, altrettanto non lo era Mezzalana, chè sentiva il suo male crescergli dentro a dismisura e arroncigliarlo e morderlo e tormentarlo con lena sempre maggiore dilagando dal confine suo consueto a tutto il corpo. Il nodo maligno, confinato fra lo stomaco, il cuore e la milza si moltiplicava, tanto che Mezzalana aveva ferma fede di sentirlo crescere dentro di sè e radicarsi per ogni dove fino alla cima delle dita. Epperò un certo sudor freddo gli bagnava la fronte e il petto; e il dolore lo toglieva di senno.
Fermarsi no, e correre non poteva. Inoltre l’austera indifferenza di Simone tanto lo inaspriva che, nelle rare tregue alla sua sofferenza si vendicava con certe gigantesche legnate le quali avrebbero atterrato un toro, non che un ciuco. Simone si limitava a ritrarre un poco la parte offesa, che era quella dove la coda s’impianta, e tirava di lungo senza commozione nessuna, come se l’ossa sue e le carni fossero del più saldo metallo. Tutt’al più levava il muso e raggrinziva le froge in quella diabolica risata muta che solo gli asini sanno. Comunque fosse, la distanza fu superata e Mezzalana giunse alla sua casa.
Già cantavano le capinere e il cielo si tingeva di rosa. Le finestre erano chiuse tuttavia. La sua gente dormiva. Bene: tutto era riuscito secondo il suo piano; ma il più gran male sorse quando egli tentò di scendere dalla carretta nella quale si era disteso fra l’erba piastrella. Non vi riuscì. Solo che avesse tentato di sollevarsi gli sopravveniva tale spasimo da togliergli la luce. Frattanto Simone, che non si sentiva più dominato dal morso, se ne andava per l’aia a suo piacimento e avrebbe senz’altro rovesciata la carretta e Mezzalana nella buca del letame, se il vecchio egoista non si fosse dato a gridare: