— Credi non lo sappiano?... No, di quella non hanno paura!

E Ceccon dall’Orto rise, divertito dalla lotta che gli si muoveva intorno sorda e continua per il possesso dei suoi beni.

E la Gilda continuò ad apparire, imperturbabile, ogni sera, quando padron Cecco era per mettersi a cena. Entrava per la porta aperta, senza dir parola, senza badare a quelli che potevano essere nella cucina, sedeva in faccia al suo vecchio amante, puntava i gomiti sulla tavola, la faccia fra le palme e così restava mezz’ora e più in perfetto silenzio, guardando a sdegno padron Cecco. Che fosse tuttavia innamorata di Ceccon dall’Orto nessuno credeva, come non si credeva che un qualsiasi interesse potesse spingerla ad agire in sì strano modo; ella ubbidiva unicamente alla sua natura dispettosa, al bisogno di riuscire intollerabile a chi non si era occupato di lei per tutta la vita e le aveva detto addio con la tranquillità con la quale si abbandona un indifferente. Nel sottile groviglio della sua docile perfidia ella aveva cercato e cercava tuttavia la persecuzione più sorda, più continua, più implacabile; quella che esaurisce ogni pazienza e si termina in aspri litigi quando non ceda al peggio.

La Gilda avrebbe dato metà del suo sangue per vedere la faccia di Ceccone travolgersi nell’ira brutale; l’anima sua maligna ne avrebbe goduto come del più bel trionfo; ma come non le riusciva neppure a scomporre per il battito di un secondo la tetragona placidità dell’antico amante, sempre più si incaniva in se stessa, struggendosi dalla bile e pronta ad ogni più sorda lotta pur di riuscire al suo còmpito.

Altro non voleva se non tormentare e l’immutata giocondia di padron Cecco la faceva tormentata.

Ora avvenne che, cadendo l’autunno ed essendo tempo di grande caccia, Ceccon dall’Orto, per imbandire certi suoi germani che aveva uccisi nella palude, convitasse ad un festino gargantuesco tutti gli amici suoi ed i parenti e le donne dei parenti e degli amici. Due cuochi giunsero dalla città in aiuto di Carlotta. L’ampia cucina brillò per le grandi fiammate e sì empì di grassi odori e di un festevole vocìo fin dalle prime ore del giorno.

Si apprestava il banchetto classico romagnolo, ponderoso ed interminato, in cui le portate si succedono e si moltiplicano, si sovrappongono e si ripetono in tale abbondanza da farne sazio un paese.

La brigata incominciò a giungere fin dalla mattina. Ora era un barroccino, ora un calesse, ora un bagherino.

Ogni nuovo arrivato incominciava a gridare fin dalla strada per manifestar la sua gioia e la sua fame.

L’aver fame, molta e bramosa fame, è il complimento più grato all’ospite che convita. E Ceccone accoglieva gli invitati di su la soglia, ridendo e vociando a sua volta, tutto rosso e grasso e colossale che pareva lo specchio dell’uomo che non sa se non la robustezza del proprio stomaco insaziabile come il sepolcro.