I norcini deposero gli arnesi su la tavola, si tolsero la cacciatora, vestirono i grandi grembiuli insanguinati.

— Siamo pronti, — disse il capomaestro. — Ora chiamate i garzoni che accendano il fuoco.

Animati dalla speranza di un pasto succolento, i garzoni accatastarono in breve, vicino al focolare, una montagna di sarmenti. Fu sgombrata la camera dagli oggetti inutili. Si fece posto al troppolo, a una gran tavola, al sacco del sale e furono fissate alle travi lunghe corde terminate da ganci.

Il capomaestro dirigeva l’opera. Quando tutto fu compiuto, afferrò l’acuminato punteruolo e disse:

— Andiamo.

Padron Serafino e i compagni gli tennero dietro. La cucina chiareggiava per la fiammata altissima. Poco dopo i tre allievi di padron Serafino empirono la notte delle loro urla laceranti e l’olocausto al Dio della fame fu compiuto.

La Bita era scomparsa, ma nessuno si occupò di lei. I norcini e gli uomini della casa erano troppo intenti a sparare e a governare i tre monumentali allievi di padron Serafino perchè avesser la mente ad altro; nè si addiedero del cupo abbaio dei mastini, chiusi in fondo all’aia, nella capanna dell’aratro. Sopraggiunsero le genti del vicinato. Si fermarono sulla soglia battendo i piedi e disviluppandosi dalle mantelle.

— Che si fa lo sdrucio? — chiedevano.

E padron Serafino:

— Chi vuol mangiare, lavori!...