Poi, senza attendere risposta, si volse ai norcini, e parlava affollato come se l’affanno fosse per soffocarlo:

— E voi accendete i fuochi, qui e nella stanza delle pile. Fate tutto alla grande! Eccovi cento lire!... Se non c’è sale, compratene; se non ci sono droghe, compratene. Quando ritorno voglio trovar tutto all’ordine. Se vien gente dite che aspetti. — Luigi?... Senti. Prima di andar via, aggioga i buoi al carro.... chiama Pietro e digli che li conduca dai Fiori, che ne avrò bisogno. Presto dunque!... Presto!... Non state lì a guardarmi come tanti mammalucchi!... Oggi si vuol far ribotta, oggi!... Dev’essere uno sdrucio, da ricordarsi negli anni!... Andiamo.... Andiamo!...

E uscì seguito dal capomaestro. La ronzina li attendeva nella corte: salirono sul calesse e partirono fra la neve senza che nessun rumore si avvertisse; solo si udiva il canto dei fanciulli dai magazzini:

Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo....

Anche Luigi partì e Pietro col pesante carro vermiglio. I norcini accesero i fuochi. Incominciarono a giungere gli invitati, ma la neve attutiva ogni rumore e nessuno levava la voce tuttavia.

Quando padron Serafino ritornò, dietro il carro nel quale giacevano due nuovi allievi già macellati, si fermò ad ascoltare se la Bita fosse sempre nei magazzini. C’era sempre. Disse:

— Bene!...

Gli allievi furono portati in cucina: il carro fu riposto. La gente che giungeva entrò nelle stanze a terreno senza rifiatare per non insospettire la Bita.

Michele fu posto a guardia della casa. Si era rimpiattato in una ceppa e, avvoltolato entro il suo rifugio, spiava l’uscita dei magazzini. Nevicava sempre. Padron Serafino non era tuttavia sereno. Solo si irraggiò quando Michele aprì la porta e disse:

— Se n’è andata?