— L’hai veduta?

— Sì.

— Ha preso la via della chiesa?

— Sì.

— Allora è fatta!... Presto, ragazzi, diàmoci d’attorno. La Bita non ritornerà prima di mezzogiorno e a mezzogiorno le tavole vogliono essere imbandite!

Rotti i freni, il baccano e il furor dell’opera ricominciarono come la notte innanzi. La gente corse da tutte le parti all’invito, chè la nuova si era diffusa. Più di settanta persone si trovarono in breve, raccolte su la faccia del luogo. La nativa gaiezza romagnola travolse la brigata. I volti s’invermigliarono, i cuori si aprirono: non vi fu più padrone e contadino, ma gente che voleva godere e ridere e star di buon core sotto la faccia del cielo. E le botti pensarono al resto. A mezzogiorno tutto era compiuto. Imbandite le tavole, apprestate le vivande, spillati i vini negli enormi boccali a fiorami. Tutte le stanze a terreno rigurgitavano di convitati. Michele stava sempre sull’avviso a spiare il ritorno della Bita. Padron Serafino attendeva presso l’uscio e quando il garzone giunse correndo e mormorò:

— Eccola, eccola!... Viene!...

Padron Serafino fece il cenno convenuto e tutti tacquero sedendo intorno alle tavole imbandite. Non si udì più se non il crepitar del fuoco e qualche susurrare subito interrotto. Il grosso fattore sedeva alla tavola più grande avendo a lato i norcini, i suoi compagni di mercato e le ben pasciute donne del contado.

La Bita entrò nella corte. Tutti allungarono il collo, a guardare dalle anguste finestre. Passò un fremito e un susurro:

— Eccola, eccola, eccola!...