E una trepidazione gioiosa tenne il core di tutti i festanti. La Bita non aveva fretta.
Si fermò, stupita, a osservar le innumerevoli pediche su la neve; si accostò al canile a vedere se i mastini c’erano sempre; si sorprese dello strano silenzio che regnava. Si volse intorno. Piano piano si diresse all’uscio, come a malavoglia. La trepidazione dei convitati si accresceva sempre più. Si udì smuoversi la maniglia dell’uscio, si vide il paletto che si levava un poco. Trascorsero fulminei susurri:
— Viene!... Non viene!... Se ne è accorta.... No!...
Padron Serafino aveva puntato le mani alla tavola, nell’atto del levarsi, e stava così, rivolto verso l’uscio, come fosse magato.
Poi l’uscio si dischiuse un poco, sempre un po’ più, lentissimamente, e la scarna figura della peccatrice abbrunata apparve nel vano. Ma appena aveva levata la faccia di sotto lo scialle nero, e lo stupore si dipingeva in quella, che, da settanta petti, contemporaneamente, sorse un grido formidabile;
— Evviva, evviva la Bitaaaa!...
La donna illividì, parve impietrirsi, non dette più cenno di vita. Caduto il grido, non si rimosse, non comprese. Ferma e rattratta sotto lo sguardo delle genti, non rifiatava. Allora padron Serafino parlò. Disse:
— Moglie, questa gente pregherà il Signore per te!... — La Bita levò gli occhi cupi. — Tu hai avuto pietà dei cani e io ho avuto pietà degli uomini. Moglie, ciò che è mio è tuo e ciò che è tuo è mio; ma è giusto ringraziare te di questa ribotta, perchè ho preso i soldi dal tuo canterale. Erano cinquanta bei marenghi nuovi di zecca. Ce li mangiamo per la tua salute! È giusto!...
Poi, fra l’improvviso travolgente baccano dei banchettanti, che avevano disciolto ormai ogni freno, si udì levarsi acutissima l’aspra voce della peccatrice abbrunata:
— Ladro, ladro!... Assassino!... Erano i denari per il mio mortorio!... Ladro.... ladro.... ladro!...