Ma poco valse la sua pena, di fronte al giocondo irrompere delle genti che le sovrastavano berciando, ed ella si raccolse in un angolo, il volto celato nelle volute del suo nero zendado, e così stette singhiozzando senza rimuoversi per quanto tempo durò l’allegra festa dei migliacci.
LA MADRE.
Girò due volte la chiave nella toppa, aprì la finestra sul giardino, respirò l’aria nuova, si irraggiò di sole, ristette pensosa per l’attimo di un suo turbamento inespresso. Era sola, si sentiva libera di pensare, di piangere, di ridere senza essere osservata, senza essere curata, senza l’ossessionante miseria di un egoismo amoroso che non le dava tregua e respiro.
Sapeva che poco sarebbe durata anche quella sua momentanea pace perchè nel termine di una fuggevole ora qualcuno avrebbe bussato alla porta e una voce sommessa si sarebbe levata a domandar di entrare; ma frattanto poteva abbandonarsi a sè stessa, essere un attimo senza guardia e senza il sorriso di un affetto che a mano a mano, inattesamente e fatalmente, le si convertiva in odio.
Sedette alla scrivania, guardò a lungo il sereno, le rose in fiore, i comignoli dei vecchi tetti, le finestre delle soffitte che non si aprivano mai e dalle quali pendevano, ondeggiando al vento, le ragnatele; guardò là cima di un cipresso che svettava oltre la cinta di un giardino e lo spirito di lei, appartandosi fra le dolci cose consuete, distendendosi come al respiro del morire di quel maggio, ritornò alla sua gaiezza nativa, dimenticò tutto, seguì la sua via naturale nel sogno, poichè la vita le era una maledetta costrizione ed un continuo affanno.
E dall’insolito silenzio le proveniva la sua gioia; sempre più si schiariva nell’abbandonarsi alla necessità del suo vivere. Tutto era dimenticato, tutto era morto e lontano e scomparso, proseguiva, come la nube innamorata del sole e del vento va per i liberi spazi secondo la legge delle creature lanciate dalla nascita alla morte. Come ogni astro ed ogni goccia di pioggia, ed ogni fiore cercava il suo compimento, costruiva la propria vita oltre il dolore e la morte di chi l’aveva preceduta.
E l’umile aspetto di cui si rivestiva l’egoismo materno non le fu più dinanzi, nè più ricordò le melate parole che le predicavan la rinunzia per amore, nè le lacrime mute più penose di un’aperta volontà contraria alla quale si può trovar forza per resistere come incitatrice di energia, nè la sorda lotta combattuta ora per ora, giorno per giorno in una snervante malinconia di opaco contrasto, di egoistica miseria che si infingeva rivestendosi di dolcezza e di bontà. Più nulla, più nulla! Il suo cuore era gaio come il cielo turchino, chiaro come un cristallo, aperto come l’ebbra rosa solare.
La faccia appoggiata alle piccole palme dischiuse, gli occhi larghi sulla bionda luce del giardino, seguiva una dolcezza di memorie inquadrate in volti di paesi lontani, vissuti per tenerezza di amore, discoperti come all’origine della vita e sorrideva come se tutto le ritornasse dinanzi a volta a volta in una realtà più intensa e profonda di quella vera e s’ella si trovasse tuttavia, nei calessi che la trascinavano su pei colli verso una selva, verso un paese turrito, verso una città solitaria; e l’uomo amato le era vicino e la conduceva al limitare del sogno.
Rinascevano così le parole scambiate, quelle più turgide d’ansia, che più si accostavano, come un brivido, dalla bocca al cuore e dal cuore a tutto il senso; e le estasi mute, e l’affannoso volto del piacere che occhieggiava di fra le siepi del biancospino come una giovine nudità intravveduta per cui si trema e si sogna.
E come più le memorie si affollavano, simili a volti di fanciulli al cancello di un giardino, più ella sentiva la profonda gioia della sua solitudine.