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Ed eran due anni che la sorda lotta continuava così, senza nessuna pietà, ordita sulla trama di una tenerezza opprimente. Da un lato la madre a moltiplicare le attenzioni, i consigli, le scialbe dolcezze in un vigile affetto sospettoso, dall’altro Anna a difendere il suo fiero amore dall’insidia quotidiana. Perchè non v’era causa valevole che si opponesse al compimento di due destini se non il materno egoismo.
Armando Vada era inviso alla buona madre solo per ciò che lo distingueva dai suoi coetanei. Non era una bestia da soma, non un uomo di famiglia, chè non voleva imbrancarsi e marcire nei piccoli cerchi delle piccole famiglie; non amava gli impieghi nè la beata tranquillità di un tanto al mese, nè la parca mensa che abbrutisce lo spirito fra lo scemo pettegolezzo quotidiano e il dominio delle stupide femmine che hanno il còmpito di ricondurre l’uomo alla sua greppia, alla sua condanna, alla morte di ogni luce ribelle. I discorsi di lui avevano stordito l’umile signora Viani la quale se ne era fatta come un anticristo, ma, ancor più di tutto questo, l’aveva spaventata l’idea di perdere la sua Anna per sempre chè Armando Vada non nascondeva il suo intendimento di andarsene in paesi lontani ad esplicarvi la propria energia in una lotta dalla quale, se si esce trionfatori, si coglie una ben larga messe. E non tanto il rischio la spaventava quanto l’idea di non vedersi più d’attorno la sua bella figlia. Anna era bella, lo dicevan le genti, lo dichiaravano gli innumerevoli innamorati e di tale bellezza la piccola madre andava orgogliosa come di un vezzo di grazia per la sua vecchiaia, come di qualcosa che le spettava per giusto diritto e da cui non doveva mai separarsi. La sua vanità egoistica si era terribilmente serrata intorno alla figlia e ribadita in apparenza di affetto.
Da quando Anna aveva incominciato ad essere qualcosa più di una bimba, la dolce madre, per farne un campione di bellezza, l’aveva ornata e addobbata come un altare, sol per sentirsi dire: — Com’è bella!... — e veder la gente soffermarsi lungo la strada e l’invidia negli occhi delle giovinette. E da quel tempo l’assiduità sua intorno alla figlia si era moltiplicata. Anna non aveva avuto nè un giorno nè un’ora di libertà, non aveva conosciuto amiche. A venti anni non ancóra le era stata concessa una stanza nella quale raccogliere il suo lettuccio, le sue cose, i suoi sogni; dormiva tuttavia col babbo e la mamma come una piccola mocciosa senza intendimento, piena di terrori notturni. E il giorno in cui si impose e parlò alla madre della sua vergogna di esser tuttavia relegata nella stanza comune, di fronte al babbo, senza alcuna libertà possibile; e della sua recisa volontà di avere una stanza per sè sola, vide la madre singhiozzare come se avesser dovuto dividersi per la vita, e la vide implorare e impallidire; ma non piegò ed ebbe un nido. Le parve allora di aver raggiunta la felicità e la possibilità di ricercarsi, di esser sola, di vivere nell’intimo dell’anima sua, secondo un irrompente desiderio; ma ancóra si ingannò chè, secondo una ossessionante tenerezza, la madre le fu dintorno ogni dieci minuti e giungeva la notte, scalza, sulla punta dei piedi per darle un altro bacio, per raccomandarle il sonno. Anna incominciava a vedere in tutto questo qualcosa di diverso dall’affetto e non poteva difendersi, a volte, da un senso di invincibile ripugnanza. Non si risolveva in realtà in un trepido spionaggio quell’assiduo apparire in silenzio durante la notte? E quando fingeva di esser presa dal sonno, perchè dunque si accostava alla scrittoio e frugava fra le sue carte? Ma come ribellarsi senza apparire cattiva, snaturata agli occhi di tutti? Ed ella non sapeva scindere tuttavia la propria condotta dal giudizio della gente, era troppo schiava delle consuetudini, l’avevano tenuta troppo avvinta per aver ali a un grande volo. La gente esaltava l’umile amore di quella madre e lo portava ad esempio. L’apparenza assumeva proporzioni eroiche e, come sempre, l’apparenza bastava chè, a voler indagare, si sarebbe giunti chi sa dove, perchè è molto raro che il sedicente amore non nasconda una qualche bruttura.
Inoltre che avrebbe detto il babbo?... Anch’egli era stato fiero e ribelle nella sua giovinezza, ma poi era venuto piegandosi, si era ammollito sotto l’influsso della donna che si era scelto a compagna. Ella lo aveva vinto ed insciocchito con la mitezza, con la mansuetudine bestiale, con una specie di bontà inerte, remissiva, malinconica; gli aveva tolto ogni virilità assecondandolo, facendosi sempre più piccina, prestandogli i più umili servizi con pecorile accondiscendenza. Ed appariva buona buona buona!... di quell’idiota bontà che vince per forza d’inerzia e passa le mura e stempera il più saldo acciaio.
Anna vedeva questo benchè non ne detraesse giudizi, anzi tutto ciò le si convertiva in segreto dolore.
Così si era svolta la vita di lei, senza nessuna ebbrezza fino al giorno in cui una grave malattia l’aveva quasi condotta alla morte. Quattro mesi combattuti fra l’insonnia e la febbre l’avevan disfatta. All’uscir di un inverno ella si destava come per la prima volta alla vita, senza memoria, pervasa dalla stessa dolcezza che trascorre pei limpidi cieli marzolini. Ma la convalescenza doveva essere lunga e per ristabilirsi ella doveva esulare, lasciar per qualche mese la sua piccola città oscura, cercare altri soli, altri paesi. Quando le dissero questo, il primo rossore le affiorò le scarnite guance e non vide le lacrime della madre o non le volle vedere. Chiuse i grandi occhi, incrociò le mani sul petto, stette così lung’ora, la testa affondata nei guanciali. Le si apriva un mondo diverso, una possibilità diversa, un infinito bene di sogno. Rinasceva in realtà e Iddio le era dinanzi. Ancóra non poteva parlare. Non guardava se non fuggevolmente la madre che era sempre a fianco al letto. Chiudeva gli occhi per lasciar vagare l’anima in un suo paradiso di freschezza. Quel ritorno alla vita le era come un illuminato stupore. Era morta e rinata. Aveva lasciato in un passato remotissimo tutto il peso di mille cose gravi ed oscure; si ridestava con una prospettiva radiosa, sul principiare del marzo. Quando sarebbe partita e per dove? Chi l’attendeva? Chi le avrebbe parlato dolce?... Dove?... dove?... E dalla fantasia le nascevano terre sconosciute per le quali si figurava di andare divinamente sola, fra l’amor delle cose ebbre di luce, sotto il canto delle allodole.
Paesi lontani, case tinte dall’aurora fra giardini di melograni, strade azzurrastre e sentieri, viottole, colline, selve, fiumi, fontane. Il mondo della rondine. E per l’arco breve dei giorni ella pregustava la nuova gioia.
Sapeva che la madre non l’avrebbe accompagnata. Non si poteva per via del danaro. Sapeva la famiglia prescelta ad accoglierla e il luogo, ma tutto ciò le sembrava tanto lontano e tanto vago da confondersi quasi con l’irrealtà.
Frattanto la sua giovine forza trionfava rapidamente sul male e il giorno giunse. Il giorno di una prima partenza è sempre di una bellezza gaudiosa. Quando uscì dalla casa, nel sole, quando fu alla stazione, quando vide giungere il treno tacque e sorrise; sorrise sempre senza che il malinconico aspetto della madre in lacrime la turbasse o la preoccupasse.