Troppe ed inconsulte erano state le lacrime della madre perchè ella ne fosse presa. Poi era la sua volta. Dopo tanti sogni partiva verso l’ignoto e il commovimento da cui era invasa dominava e allontanava ogni altro amore.

La chiusero in un compartimento per signore sole, la raccomandarono al capo treno e i consigli e le prediche non avevan più fine.

Anna ascoltava senza capir nulla, dicendo sempre “sì„. Poi il treno si mise in moto ed ella vide la sua piccola madre abbrunata agitare il fazzoletto e portarselo agli occhi; la vide incamminarsi dietro al treno, protendere la faccia sparuta, piangere disperatamente. Perchè mai tanto dolore? Ed era solo dolore? Si separavano forse per la morte? Quando si ritirò dal finestrino non pensò più ad altro se non alla sua felicità e il ricordo di quel viaggio le fu poi sempre come un sogno vissuto portentosamente. Giunse alla città destinata verso il crepuscolo. Il treno si fermò ad una piccola stazione fiorita sul Lago Maggiore. Era l’aprile.

Un brusìo festoso di gente che si avviava alle armoniose ville del Lago; una dolce luce per tutte le montagne e su l’acqua azzurra; una stazione gaia come un ritrovo d’amore. Trovò coloro che l’attendevano, li seguì stordita, senza parlare, e per quella sera non vide e non seppe se non le montagne serene, una strada fra i giardini e la sua cameretta sul lago.

Poi si ridestò. Fu anche per lei l’attimo in cui si vive la vita come un prodigio e non moriron dieci giorni ch’ella era innamorata.

Non fu una cosa improvvisa. Si rividero laggiù, per caso, ma già si eran conosciuti fanciulli nella città nella quale erano nati. Nè l’uno fu più sorpreso di incontrare l’altra, nè la loro gioia si misurò su ritmi dissimili. Si piacquero, si amarono e decisero il loro destino. Egli doveva andarsene in America, avrebbero sposato innanzi di partire.

Quaranta giorni trascorsero e l’incantesimo finì. Anna doveva ritornare. Riprese la strada come se discendesse verso il buio, verso una prigione che un mese di libertà le rendeva più intollerabile. Sentì allora di non poter amare sua madre. A volte la ribellione di lei giungeva fino al pensiero di andarsene lontana per sempre. Ma la speranza si abbranca ai minimi segni e pensava ancóra che i suoi avessero potuto assecondarla.

Armando era partito due giorni prima per far la domanda ai legittimi proprietari di Anna; ella, giungendo, avrebbe trovata la decisione stabilita. Credendo ancóra di valer qualcosa nell’atto in cui doveva compirsi il proprio destino, scrisse alla madre e al padre una lettera appassionata per prevenirli, per dir loro quale era l’anima sua e il suo desiderio, ma a volta a volta il dubbio vinceva la speranza.

Attese invano un telegramma di Armando; partì scorata.

Dopo un interminabile viaggio trovò alla stazione la madre, delirante in una convulsiva gioia lacrimosa e il buon padre più rinsciocchito che mai. Innumerevoli i baci e gli abbracci. C’era tutto il parentado strillante, ululante per la gran gioia. Una barocca fiera di esultanza. E fra la tempesta delle domande, dei baci, degli abbracci, delle lacrime, delle carezze fu trascinata via senza capir più nulla. Come le apparve orrendo il volto di quella gioia canina!... L’avevan ripresa finalmente!... Era ritornata all’adiaccio fra le altre pecore, fra tutte le pecore matte del suo parentado!... Era tornata sotto le amorose grinfie de’ suoi tutori e forse non se ne sarebbe dipartita mai più!... E d’improvviso tanto fu forte la sensazione di tale realtà che ruppe in un pianto improvviso.