La signora Viani le si strinse al braccio:

— Perchè piangi, Anna?...

Non rispose. Risposero per lei le impennacchiate parenti:

— È l’emozione, poverina!...

— Era tanto che non ci vedeva!...

— Piange per la gioia!... Lasciatela stare!...

— Lasciatela stare!...

La gioia, sì! La gioia sorella della morte! E il parentame se ne andò. Rimase sola nella stanza da pranzo col padre e la madre, li guardò negli occhi, cercò di parlare. Ma la sua piccola madre non le lasciò aprir bocca una volta sola: parlava e parlava e si faceva in quattro a toglierle di dosso l’ombrello, i guanti, il velo, il cappello. Pareva temesse di udire la voce di lei. Quando aveva esaurito un argomento ne cercava un altro, poi un altro, squadernandole innanzi lo stato civile di tutti i conoscenti: matrimoni, morti, adultèri, fallimenti, crudeltà filiali, eroismi materni, tutto quanto era venuta accumulando in quaranta giorni; e ogni dieci secondi interrompeva la narrazione favolosa per domandarle notizie della sua salute, per offrirle un brodo, una tazza di latte, un uovo da bere; ma di Armando non una parola. Si capiva che il solo nome di quell’uomo era l’orrenda ansia della piccola madre e che si profondeva ridicolmente in tal guisa solo nella speranza che Anna capisse e dimenticasse. Un attimo rimase sola col babbo e ne approfittò. Lo guardò fisso negli occhi, gli domandò:

— Babbo.... hai saputo?

— Sì.... ho saputo.