E qualcun’altro:
— È un’ingrata!
Il parentame materno, uno sciame di donnacole, vergini per l’ira di Dio, mise in circolazione l’ingratitudine di Anna.
E benchè i medici non riscontrassero alcuna malattia nella signora Viani, questa non si ritenne guarita mai più, e ogni tanto, a conferma del suo male interiore, digiunava fra la strillante preoccupazione della fantesca e del marito.
Ma frattanto chi intristiva veramente era Anna.
Armando aveva rimesso la partenza di mese in mese e quasi un anno era trascorso. Nulla era mutato nel frattempo. La signora Viani, superando le sue possibilità finanziarie e riempiendo di debiti il miser’uomo del quale si era impadronita, copriva di regali la figlia e piangeva e sorrideva e si moltiplicava per sostituirsi, nel pensiero di lei, all’uomo odiato che voleva togliergliela. Esaurì in tale còmpito tutte le sue scarse arti troppo ingenue. Ma la piccola madre aveva incrollabile la coscienza dei suoi diritti materni e le pareva di essere buona buona buona, e se lo sentiva dire tante mai volte dalle sorelle, dalle zie, dalle cugine, dalle attinenti che, nella sua piccola testa, per poco non si santificava al cospetto del suo Iddio microcefalo.
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Aveva stabilito tutto tranquillamente, fin dal giorno prima, senza affrettarsi, con la precisa sicurezza che dànno le decisioni meditate a lungo.
Aveva nascosto la valigia nel cassetto dell’armadio; sapeva già, ad una ad una, le cose che avrebbe prese con sè.
Nulla l’aveva tradita. Era stata anche il giorno innanzi, come sempre, ferma nel suo raccoglimento interiore, un poco triste, impartecipe alla scimmiesca allegria del parentame che da qualche mese frequentava quotidianamente la casa, col compito di renderla gaia.