Aveva calcolato sul sonno dei suoi.
Per non far rumore nell’andarsene aveva trascelto certi suoi scarponcelli estivi che ammorzavano il passo.
In breve tutto fu compiuto. Lasciò sulla scrivania una lettera breve indirizzata alla madre. L’aveva scritta da vari giorni. Aprì l’uscio lentissimamente. Si protese ad ascoltare. Il sonno faceva la casa vuota, corsa solamente da qualche ignoto cricchiare, da un brivido di respiro nell’ombra. Le sue pupille si dilatarono nella tenebra. Fece qualche passo nel corridoio, salì una scaletta che conduceva sul ripiano delle scale, si accostò all’uscio della stanza nella quale dormivano i suoi. Nulla. Il sonno misterioso col suo respiro eguale nella tenebra densa. Ritornò sui suoi passi. Iddio la vegliava. Quando fu sul punto dell’estrema decisione ebbe un tremito al cuore. Non vi badò. Pallida ma ferma, socchiuse l’uscio, si accostò al letto, infilò il mantello, si ravvolse in un velo fitto. Era pronta. Ancóra ascoltò. Ebbe un tremito di morte ad un tratto, chè le parve di udire il passo della madre. Indietreggiò fino alla finestra. No... non era lei!... Era la sua paura, la sua folle paura di non potere!...
Prese la valigia, spense il lume. Era il punto. Si accostò all’uscio a tentoni, lo aperse, lo richiuse. Ristette sulla soglia ancóra, respirando come chi abbia dinanzi la visione di un incubo. Appoggiata la mano al muro del corridoio, per seguire la via diritta, proseguì nell’ombra. Ora la tempestava dentro l’ansia di superare quel poco spazio, quel nulla ch’era più di una dolorosa eternità. Fu alla scaletta di legno, ne salì i gradi ad uno ad uno, sbucò nella stanza che immetteva nelle scale. Superata la stanza poteva dirsi salva. Ristette un attimo ancóra, abbrividì, le pareva di udire un respiro vicino. Qualcuno respirava di fronte a lei nella tenebra. Mosse un passo, poi due, poi prese la via, risoluta. S’intravvedeva in fondo alle scale un bagliore. Erano i lumi della strada che rischiaravano un poco l’andito a terreno, per i vetri della rostra. Era la luce che l’attendeva, il suo ultimo porto. Avanzò ancóra, fu per uscire; ma, sul punto in cui stava per sbucare sulle scale, una voce transumanata, non sapeva se orrida di spavento o di ira, gridò a due passi da lei:
— Chi è?... Chi è?...
Indietreggiò impietrita. Sentì il cuore arrestarsi e tutte le vene corse da un subito gelo. Non rispose. Le mascelle le si inchiodarono, l’una contro l’altra duramente. Sentiva la faccia come fosse di marmo. La valigia le cadde di mano.
E ancóra un soffio vicino e la stessa voce e la stessa domanda:
— Chi è?... Chi c’è qui?
Non rispose, non seppe il senso delle parole, non seppe più nulla.
— Sei tu, Anna?... Anna, Anna?...