Era un urlo. Poi una porta si dischiuse. La stanza si rischiarò.
Stettero di fronte terrorizzati. Si guardarono negli occhi il padre, la madre, la vergine impietrita.
E nessuno pianse. C’era, al di sopra di loro, qualcosa di più grande, di più oscuro, di più tragico che non fosse il loro cuore con le sue torve passioni.
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E gli anni passarono come un’acqua di palude, torbida di una putrida vita. Anna dormì ancora fra il padre e la madre.
Le avevan vietata la morte per tre volte. Si scoraggì, si piegò, s’insciocchì poveramente come una cosa disfatta negli anni torbidi e fermi come un’acqua di palude.
E la piccola madre sempre la pettinò alla mattina, innanzi allo specchio, e sempre le disse, come dall’alba dimenticata:
— Come sono belli i tuoi capelli!...
E la vestì per trarsela dietro per le vie, la vestì sempre più vistosamente; ma la gente non si volgeva ormai più, non guardava più la vergine insciocchita dai larghi occhi senza lume.
E Anna rise, immiserita, dimentica, e si curvò all’Iddio microcefalo della madre, per trovare almeno nella cassa, almeno nella morte un fiore: un piccolo pallido inutile fiore che sorridesse al suo crepuscolo.