Costanzina, che viveva con lui da più di trent’anni, e qualche altra vecchia; in tutto quattro o cinque creature, a sommar gli anni delle quali si andava verso il millennio.

L’ultimo uomo timorato di Dio che più aveva resistito alla bufera e gli si era mantenuto fedele fino all’estremo possibile, era stato Barroccio, il campanaro. Barroccio abitava una capanna su l’argine della palude, esercitava la pesca e la caccia di frodo, era celibe, aveva un sacro orror delle femmine, digiunava sei giorni della settimana, era balbuziente e un poco scemo e nessuno avrebbe potuto pensare mai che un tale arnese dovesse far gola agli uomini di partito, a coloro che dominavano le campagne; eppure anche Barroccio era stato del numero.

Per venti anni Barroccio aveva esercitato l’arte supplementaria del campanaro senza che nessuno lo avesse tormentato mai, perchè era uno di quegli uomini che non s’immischiano nei fatti degli altri, che non cercano compagnia, ma, paghi del loro silenzio, attendono all’opera quotidiana con metodica regolarità, fino alla morte. Per venti anni, percependo il lauto stipendio di tre lire l’anno, Barroccio era salito al suo campanile due volte il giorno, senza contare le feste, e, lanciati all’aria i tocchi rituali, era partito lungo le siepi senza scambiar parola con anima viva se non rarissimamente. Ed era ormai, per le genti della canonica e per i contadini circostanti, come l’ombra della meridiana che viene e va senza far rumore, sempre su lo stesso muro, fra i numeri convenuti, nel gorgo del tempo.

Verso sera, qualche volta, don Pietro lo vedeva discendere dal campanile e allora gli si faceva incontro.

— Come va, Barroccio?...

Ssss.... sssi cccc.... cccampa!...

— Hai fatto buona pesca?

Cccc.... cccosì!...

— Vuoi bere?

Cccc.... cca no sssed!... (Non ho sete!)