— E se passa una “brutta faccia„?
— Per queste maggiatiche?... In tutta la mia vita non c’è capitato che un bandito, una volta, al tempo del Papa.
S’andava insieme di pari passo e su la soglia della piccola casa acquattata fra le larghe non restava che il cane accucciato: il muso fra le zampe e gli occhi aperti. Padre Serenità amava la compagnia dei giovani. All’opposto dei suoi coetanei, inciprigniti in una malinconica stanchezza, egli cercava i ritrovi, sedeva alle feste dei giovani e vegliava fino all’ora sua proverbiale, l’ora di Nicolao, come la chiamavano le genti: le dieci. Quando eran le dieci di notte riprendeva la sua mazza ferrata, la “capparella„ se era d’inverno o la cacciatora di bordatino se d’estate e, girati intorno i suoi piccoli occhi celesti, dolcemente gai fra i solchi della sua faccia antica, lanciava il consueto augurio:
— Vi saluto, gente!
E allora, o fosser guidate le danze sul ritmo di un valzer di Zaclên o fosse sviata la comitiva dietro un rifacimento delle istorie cavalleresche, tutti ristavano e si rivolgevano al vecchietto ad augurargli la buona andata.
Ancora amava motteggiare e stare alla baia, sollecito alla risposta come al frizzo salace, pronto all’aneddoto, spedito di lingua, tranquillo, senza fiele per nessuno.
Le ragazze gli si sedevano intorno; egli le chiamava figliuole, le mie figliuole: e veramente se fosse occorso ch’egli avesse avuta necessità dell’opera loro, non una, ma tutte, tutte quante gli sarebbero state intorno perchè la bontà non è vana fra i semplici di cuore. Nonno Nicola si faceva amare. Tutta la sua vita gli era a specchio di chiarezza. Povero, combattuto dalla disgrazia, i figliuoli lontani ed immemori, egli non si era invelenito. Il suo dolce cuore era il centro del mondo e non vi dimorava nè amarezza nè sdegno. Egli doveva amare: era la sua necessità e la sua gioia; amare, sorridere, veder negli uomini il sereno che aveva in sè, e in realtà dove appariva era come se una mite lampada ardesse a raccogliere gli sperduti.
E non lo chiamavano Santo perchè era vicino a tutti, era un po’ il cuore di tutti, la simpatia umana che non traligna ma sempre si rinnova concedendo, perdonando, solo per amare. E gli uomini angustiati fra spine e triboli, col cuore gravato dalla semitica maledizione, gli si stringevano intorno ebbri della sua dolcezza perchè non si semina invano tra chi soffre e lavora.
Io so che se egli avesse voluto essere qualcosa più e non un umile fra gli umili; se il Dio che aveva nel cuore lo avesse guidato a parlare con la stessa ingenua freschezza con la quale narrava dei fatti della sua vita e dell’altrui, avrebbe avuto con sè le turbe. Prima le donne ed i fanciulli, gli uomini poi; gli uomini chè se bestemmiano il giorno, la notte si impaurano e, su cento, uno forse e non più d’uno non sente ribrezzo del transito senza speranza.
Ma nonno Nicola, se pur lasciava intravedere la sua fede, ferma come la stella incatenata in capo all’Orsa, non parlava di Dio come non si parla del fiore che vi cresce nell’orto e del pensiero che vi illumina la vita, perchè il dirne sarebbe un corromperne il segreto incantesimo e la parola è spessa innanzi alle chiarità dello spirito.