Bene; io so che i suoi novant’anni valevano la più ricca primavera.
Si andava dunque ogni sera, in quell’autunno della mia giovinezza, a cercar le aie dove le festose ragazze cantavano le romanelle e, curve sulle gramole, dipinte a rose rosse e turchine, ripulivano i lisci mannelli dagli ultimi canapuli. Era prescelta l’aia dei Giuli. Ivi sotto un olmo gigantesco, fra una siepe e i pagliai erano adunate le gramole in semicerchio e, a notte, una lampada appesa ad un ramo per una funicella, blandiva col suo discreto chiarore la tenebra. Se pure la rotonda luna non si affacciasse da sopra la casa a spiare l’adunata. Di prima sera, compìta la cena sul pugno, essendo le ragazze alle gramole, sbucavano gli innamorati o dai varchi delle siepi, o dall’entrata dell’aia e qualcuno, più protervo, portava la doppietta a bandoliera mentre tutti quanti avevano cura di nascondere la faccia sotto le ampie tese del cappello.
C’era chi lanciava l’augurio serale all’adunata e chi, approfittando del frastuono, scivolava nell’ombra inavvertito e sedeva silenzioso, come gli altri, sulla capra della gramola prescelta.
Ora eravamo una sera più numerosi che mai e più numerose erano le “doppiette„ e c’era Giovanni dei Bissi che raccontava la storia di un suo singolare paladino, quando la Moffa (la Pallida), una ragazzona sgraziata dalla testa troppo piccola su due spalle da gigante, si fece in mezzo all’adunata e susurrò intimorita:
— Ragazzi, c’è il Mancino!...
E l’adunata ammutolì. Tutti ci guardammo intorno e per qualche istante non si udì che il biolco il quale canticchiava nella stalla. Poi qualcuno domandò:
— Dove l’hai visto?
E la Moffa:
— Dietro la siepe. Eccolo!...
Come fosse riuscita a distinguere nella notte la figura del Mancino e come l’avesse riconosciuta, nessuno seppe perchè le siepi erano lontane dal punto nel quale ci trovavamo e la notte era oscura. Sta di fatto che poi ch’ella ebbe detto: — Eccolo!... — un uomo entrò nell’aia e si avvicinò.