Solo lo riconoscemmo quando, giunto a tre passi da noi, si fermò e ci chiese: — Perchè state zitti? — poi, senza che nessuno gli badasse, tirò di lungo e andò a sedersi sulla gramola della Pallida. Seduto che fu, depose la doppietta fra i ginocchi, accese la pipa e si volse a parlare tranquillamente alla ragazza, la quale, tanto era stordita, che gramolava a vuoto senza il mannello di tiglia. L’allegria se ne andò. Giovanni dei Bissi lasciò la sua storia a mezzo, furono scambiate parole rade e sommesse.

Un inespresso disagio si era impadronito di ciascuno di noi e l’unico che pareva non accorgersi di questo era il Mancino. Si udiva il susurrìo della sua parlata tranquilla. La Moffa lo ascoltava senza rispondergli mai. E così trascorse un’ora senza che la comitiva si orientasse ad una gaiezza nuova.

Da sopra alla casa salì nello spazio la luna.

Si udì lo schianto di due schioppettate lontane; dopo un silenzio se ne udì una terza, poi altre due più rapide. Anche il sommesso parlare si quetò e dapprima fu un cane che latrò sordamente da un’aia remota, poi furono dieci e venti tutt’intorno dall’immensa campagna assorta fra il silenzio e la luna. Qualcuno disse: — È stato all’aia dei Forlani. Hanno le gramolatrici. Lo zoppo si è vendicato della Gilda di Bartolo.

— Ma se avevano rifatto pace!

— No!

Altri due colpi rintronarono nella notte.

— Sentite?... — disse la Bionda del Mago. — Le “fa le corna!„.[2]

Dopo una pausa si udì una terza schioppettata.

— Gliele han “guastate„! — disse la Vignaiuola.