Ma a questo punto il Mancino si levò di scatto dalla gramola e si udì lo schiocco di due solidi schiaffi e una sola parola li consacrò, schietta e violenta.
La Moffa rimase impietrita. Guardò il Mancino, lasciò cadere il manico della gramola; ma in quel che l’uomo si rivolgeva, come se la voce di lei insieme alla sua conoscenza si ridestasse solo allora, urlò a voce strangolata:
— Sei un vigliacco!
Il Mancino levò un braccio, ma questa volta la ragazza gliel’afferrò attanagliandolo con le piatte mani robuste.
Rimasero di fronte a guatarsi. Nessuno intervenne, ma tutti ci levammo, l’un dopo l’altro. Di repente il Mancino tentò liberarsi con uno strattone violento. La gramola si rovesciò.
— Lasciami andare!
E la ragazza, alta, noccoluta, dal corpo di maschio saldamente piantato sulle ignude piote, non aprì bocca.
— Lasciami andare!... — La voce del bandito cresceva inasprendosi, come l’ira sua; ma la gramolatrice non battè ciglio; aveva il viso fra l’ebete e il feroce, fermissimo, senza commovimento.
L’attanagliato tentò un secondo, un terzo scrollone; non si liberò; allora con la mancina, che aveva libera, brandì la doppietta per le canne come una clava, l’alzò, mirò al capo della taciturna e scagliò il colpo.
Ancóra mi si gela il sangue se ripenso allo strido delle donne. La cassa dello schioppo sfiorò la Moffa, ma non la colpì. Ci stringemmo attorno al Mancino. Robbone gli strappò la doppietta. Il biolco giunse con la corda de’ buoi; ma il Mancino era libero.