Una sera eravamo su l’aia, incontro alle “larghe„. Già volgeva al suo fine il novembre, ma non era giunto tuttavia il freddo. Da poco era trascorso Giovanni dei Bissi con le panie e le gabbie dei richiami. S’era fermo a dir qualche parola dileguando poi fra le pozzanghere della viottola motosa.
Passavano dei buoi lontanamente verso una stalla remota e una sola allodola discendeva cantando dal cielo al suo rifugio fra le lupinelle. Padre Serenità sedeva sopra un vecchio aratro arrovesciato. E si taceva. Quand’ecco che, alzando gli occhi, vidi qualcuno che si era fermo dietro la siepe e ci guardava; ma in quel che feci per levarmi, l’uomo si diresse all’entrata dell’aia e fu di fronte a noi.
Aveva il cappello tirato su gli occhi. Non lo riconoscemmo.
Era scalzo; aveva un sacco gettato sulle spalle, lo schioppo e un coltello alla cintura.
Padre Serenità si levò a sua volta.
— Che volete? — domandò.
— Da dormire — rispose l’uomo.
— Non ho posto.
— Mettetemi nella stalla; mi basta un po’ di paglia.
Padre Serenità gli si fece sotto, lo guardò fisso e domandò: