Ormai Palma aveva una casa e un capitale. Incominciò col comperare chiodi e martello. Assai ne aveva con tutti i rottami del vascello. Prima mangiò, chè non aveva mangiato da qualche tempo, poi si mise all’opera. E tappa, e inchioda, e rappezza, in due giorni la casa era fatta. Non più uno spiraglio. Nell’interno, buio perfetto.
Ora si trattava di praticare una porta e una finestra e di innestare un camino sul dorso della novissima abitazione.
Cosa semplice. Una sega servì per la prima bisogna; una vecchia grondaia funse da camino. Dopodichè l’esterno era compiuto e Palma passò all’interno che divise in due parti. Da un lato la cantina che doveva servire anche da stanza da letto per l’oste; dall’altro la cucina. E basta. Il contadino gli venne in soccorso ancora per l’arredamento, finito il quale, Palma si dette all’opera artistica e presa una piccola tavola rettangolare e alcune vernici, dipinse su detta tavola la sua personale sensazione di una Sirena e con non meno personale ortografia vi scrisse sotto: — Osteria della Sirena — compìta la quale opera inchiodò la tavola a sommo della sua abitazione e attese.
Attese un uomo, il primo. In verità non avrebbe potuto offrire al suo primo avventore se non dell’acqua limpida; ma anche l’acqua limpida aveva il suo valore in quelle latitudini perchè per molte miglia all’intorno non esisteva un pozzo. Palma non possedeva tuttavia una botte, ma sì bene due latte da petrolio. Dette latte erano piene d’acqua e costituivano un valore. Non mancava che li assetati. Anche di questo doveva incaricarsi la Provvidenza e siccome Palma non aveva fretta e si accontentava di ben poco per arrivare da un giorno all’altro, attese in tranquillità.
Ed ecco che una notte, dormiva sulla sua paglia fra le due latte di petrolio, quando sentì qualcuno alla porticciuola serrata. Si levò sui gomiti. Chiese:
— Chi è?
— Si può entrare? — fece una voce dal di fuori.
— Cosa volete? — domandò Palma.
— Bere! — rispose l’estraneo.
— Non ho che dell’acqua.