— Che vuoi? — fece Samuele.

— T’ho detto di ripulirti che ci aspettano a casa dei Grandi. E fa presto!... E cammina senza storie prima ch’io ti rompa la faccia!

E ancora l’abitudine antica lo tenne e l’anima sua fu muta in fondo al suo buio. Samuele andò, si vestì come in sogno e seguì il padre senza parlare.

A casa dei Grandi li aspettavano. C’era una tavola imbandita e nel basso focolare, in fondo alla stanza, ardeva una fiamma altissima. Samuele non vide se non quel dolce bagliore e non udì le voci e gli auguri, nè vide la donna attempata che gli parlava sorridendo. Una volta ch’egli fissò quel volto piatto dal gran naso broccuto, rise come un ebete e a tutto ciò che gli fu chiesto non rispose. Poi cominciò il festino e la volgarità.

Erano pigiati intorno ad una grande tavola, seduti su due lunghe panche e le donne mangiavano in disparte, presso il focolare come bestie accosciate, il viso sui piatti fumanti. Solo una gli era al fianco e lo stuzzicava e rideva a rovescio come una caldaia che bolla, ed egli vedeva la larga bocca dai denti gialli aprirsi e vociare e ingoiare, e vedeva i piccoli occhi porcini e le guance sudanti, floscie come l’otre vuoto.

Maestro Alessandro più non si curava di lui; nessuno gli poneva mente chè l’accolta era intenta ai bisogni suoi voraci. I grandi vassoi di carni e di legumi eran finiti d’assalto e gli ampi boccali si vuotavano a gran furia. Solo, più aumentava l’ebbra bestialità dell’accolta, più, quella che gli sedeva a fianco, lo pigiava e lo infastidiva con la sua voce rauca e Samuele cominciò a guardarla in volto senza fiatare.

E la donna chiese:

— Perchè non mangi?... Ti vergogni della tua sposa?...

E rideva, rideva interrompendosi a quando a quando per saziare la sua voracità flatulenta.

— Hai sonno, di’?... Dormi ancora per questa notte chè domani non potrai dormire!