— Va, va, che saprò dove trovarti!
E nessuno più disse parola. Sentivano l’approssimarsi dell’orrore. Erano i Venchi di una feroce razza lupigna che nulla raffrenava. Gli uomini chinarono la faccia; le donne udivano già per l’aria fosca di tenebra le urla della folle paura.
E quando il vecchio fece per uscire nessuno gli si oppose: era sul suo volto cadaverico la risolutezza che umilia chiunque la guati. Uscì, lo guardarono finchè la porta non fu rinchiusa, ascoltarono il suo passo finchè non si perse e allora si udì l’implorazione della donna offesa; schiantò il silenzio come un singhiozzo:
— Correte gente, correte che non si debba udire un simile spavento!
Quelle parole agghiacciarono i cuori e gli anziani si mossero incurvi, senza fiatare.
Ora Samuele attendeva il padre nella casa sconsolata. Una lampada fumigava sulla tavola. Più non aveva misura il tempo, più non era nè tempo nè spazio, ma una cupa eternità senza voce.
Camminava il giovine ascoltando il tonfo del suo cuore scatenato e ad ogni scricchiolio sussultava rivolgendosi alla porta.
Poi si udì cigolare la porta e si udì il passo del sopravveniente. Furon l’un contro l’altro come due spettri. Nè l’uno dei due piegò; nè parevano tanto forti da superare quell’orrendo silenzio.
E il vecchio si accostò al muro e ne distaccò la doppietta. Si udirono gli scatti delle molle congegnate.
Samuele non fiatò, non si mosse, non distolse gli occhi torvi dal volto del padre. Erano ai due lati opposti della stanza.