Bosso notò le voci dei corvi che pure gli eran abituali, ma nella cura d’intendere se udisse ancora e impedendoglielo queste, n’ebbe un impeto d’ira.
Sentì come un brivido e si portò la mano al core. Corrugò le ciglia e nella sua strana superstizione si disse:
— Forse è passata la morte.
Poi curvò il capo, incrociò le mani dietro le reni e passò dall’ombra in una luce sanguigna per ritornar nell’ombra. Eran fasci di capelli gli ultimi raggi che fra i tronchi dei pini penetrando si frastagliavano sciogliendosi nei cespugli bui; pareva di sentirne la morbidezza e il profumo selvaggio: i pini odoravan così. Qualche viso, fra le alte vette, sorrise nello spazio di due rame e le rame si allontanarono tremando in quel novo sorriso di bocca fiammante.
Dicon gli uomini della pineta che quando al tramonto le serpi fischiano lungamente, vi son delle femmine che desiderano i loro allacciamenti: le femmine del tramonto procaci e sensuali.
Bosso andava a capo chino, ma non vide distesa sul sentiero una serpe e la calpestò. Ella si ritorse, riandò un sibilo saettando rapidamente lo biforcuta lingua e strisciò fra i cespugli. Egli n’ebbe un brivido, ciò non gli era accaduto mai.
Poi fra il gracchiare dei corvi udì un colpo di fucile e ancora un grido umano, ma più vicino, più affannoso. Non forse s’implorava il suo nome?
— Bosso Bosso!
Egli aveva ben udito nel grido umano queste sillabe.
E però non ebbe la forza di gridare al vento: