— Il bosso ha fiorito viole!

E fu da allora che lo chiamaron Bosso. Egli aveva un suo singolar modo di esprimersi a frasi brevi ed incisive; la vita, i luoghi eran riflessi ne’ suoi pensieri. La pineta ha gridi e dolcezze, la palude immensità e silenzio: figlio di questi elementi, ne aveva tratto l’essenza della vita.

Ed era mite perchè aveva osservato molte albe e molti tramonti ove nessun limite ha l’orizzonte, perchè ancora la morte aveva imperato dal bianco al sanguigno.

Eran venuti a turbe i lavoratori, li aveva visti nell’alba passare sull’argine, neri sul bianco come incisi da un forte bulino. Li aveva uditi cantare poche note sempre basse, in cadenza, su parole d’amore. Turbe di lavoratori eran passati sull’alba, nel canto e a sera nel singhiozzo.

Così ebbe nella mente l’idea di un destino, di una forza fuori di natura; essa spingeva gli uomini alla morte. E come non si era mai ribellato nella vita a nessuno, così nell’idea di una forza malvagia che regolava l’esistenza, aveva sentito il bisogno di essere buono.

Inoltre non è primavera nella pineta; forse un verde più chiaro appare nel maggio, le serpi si stendono al sole, è una dolcezza stanca di cosa che ha vissuto molto e non può rinnovarsi in un repentino irrompere di gioia. Sboccia qualche flore nell’ombra, pallido molto, un giglio selvatico; una rosa canina; pochi petali che un soffio disperde; sopra loro sta la severità dei pini.

Così egli aveva letto in un libro sacro, in una semplice bibbia, una tristezza ed un vecchio sorriso perenne; così egli si era sentito compenetrare da una potenza divina, da un verbo d’amore: — Ama gli uomini essi sono sotto i cieli, come i gigli selvatici nella pineta. —

Ma un senso oscuro era anche nell’anima sua, s’egli nell’uomo scorgeva la malvagità. Come schiacciava il rettile che attentava ai nidi, avrebbe ucciso senza rimorso il malvagio.

Ora, egli compiva il suo giro di guardia, il fucile a traverso una spalla. Passava tra l’ombre e le luci in vicenda continua, andando sempre più verso il folto.

A un tratto sostò e si volse, aveva udito un grido, un grido lontano: girò lentamente il capo scrutando con l’occhio socchiuso fin dove glielo permetteva la radura, prestò orecchio a tutti i rumori e stette alquanto in attesa; ma i corvi, i corvi soli passavano in larghe spire volteggiando sui pini, nel gridio feroce e insaziabile, verso il convegno ove eran molti di loro e più alte salivano le grida. Continuamente, sorda minaccia per la prossima tenebra, saliva ingrandendo il grido dei corvi, unito, aspro e selvaggio nella lontananza; come nelle turbe ribelli quando più preme la passione, nell’ansia suprema, le voci quasi immedesimandosi del pensiero, acquistano asprezze metalliche e salgono ad una altezza tragica di delirio, eran le grida dei corvi. Quali orribili cose dicevano essi nella continuità di una narrazione lugubre? Quali morti avevan essi trovato per festeggiarli in sì largo turbinio di grida?