La casa sorgeva a mezza costa del monte, sopra dilagava in intrichìo vasto di rame la selva di castagni, e sotto, fino a valle, il querceto. Il sole vi giungeva a mezzodì, poichè il versante era occidentale, onde un’ombra grave e quasi perenne era in que’ luoghi che non sapevan spazio d’orizzonti, nè avevan visto il sole mai nascere o tramontare.
Quando ricadeva l’ombra, il sole non era morto, il monte dirimpetto ne toglieva anzi tempo la luce.
Michele attese che il pane cuocesse. Seduto su di una pietra, presso il forno, stava, le ginocchia abbracciate ed il capo fra esse; un atto di abbandono grave.
A spica, a spica aveva colto in riarsi campi qualche manciatella di grano, ora ce n’era forse per qualche settimana; cinque bocche gli chiedevano il pane, egli ben vedeva il pallore di digiuni sugli scarni visi de’ figli.
Chi poteva combattere con la forza del fulmine o con la corrente dilagante de’ fiumi?
Nessuno pregava per lui forse.
Miseria, su miseria, non ci fu mai bene nella sua casa dacchè Rosa partorì il secondo nato. Crebbero i figli e in proporzione il bisogno, e le poche risorse sue andarono diminuendo.
Ogni boccuccia nuova trovò il petto della madre più esausto, sicchè, l’ultimo nato: Alfonso; era cresciuto esile come un giunco, come un alberello senza acqua in terreni sassosi.
Cinque bocche, aveva udito in certe notti sommessamente lamentarsi: gli esseri suoi non trovavan sonno; c’era sul letto di quercia il ramo d’ulivo benedetto, ma non era passata mai su quella casa una Pasqua di pace.
La porta cigolò sui cardini e la vecchia Rosa si presentò ridendo; chiese: