Ella s’immedesimava nel cespuglio, come se le rame curvandosi l’avesser raffigurata.

Intese Bosso mormorare il nome del figlio; in alto fra una radura luccicò una stella.

Egli non chiese: — Perchè piangi? Chi sei tu che piangi? — La stella era velata da sangue. E i pini sulle cime ardevano, fiaccole accese dal tramonto, tutta l’anima della pineta ardeva.

Ancora la campana implorò, poi ad una si unirono molte altre a significare la morte del giorno, sì che parve il saluto leggendario delle turbe.

E scesero dall’alto diluviando voci e singhiozzi. Sotto quell’ave tutte le forme rimasero assorte e immobili: solo la donna si levò dal cespuglio e, ritta nell’ombra, alzò le braccia e il viso al cielo e rimase a guardare in una sua contemplazione.

Ell’era nell’oscurità, ma il sole scendendo trovò un varco fra le rame e scivolò fino a lei, fu un rettile fluido che strisciò via silenzioso, ella si trovò così ritta come un’erma in un aureola di fuoco.

Bosso vide e non intese.

Allora che il martello ebbe compita l’opera, apparve sul limitare l’uomo:

— Bosso. È finito. Aspettate.

Egli non rispose, ma quando non udì più stridere i passi sull’erba, entrò nella capanna.