— Per carità...

Mariangela grugnì un poco, poi disse:

— La carità si fa ai cristiani.

— Io lo sono...

— Tu sei una scomunicata dopo ciò che hai fatto. Non c’è niente per te.

E rinchiuse l’uscio con forza.

Maria chinò il capo e riprese il suo pellegrinaggio; di casa in casa, di umiliazione in umiliazione, di rifiuto in rifiuto.

Non v’era chi la guardasse con bontà, non uno che si movesse a compassione di tutte le sue miserie, di tutte le sue tribolazioni; tutti erano collegati nel disprezzo, chi più poteva la calpestava quasi con voluttà; la sua miserrima condizione anzichè dare sensazioni di tristezza parea acuisse il desiderio di vederla soffrire più ancora, fino alla morte. La bestialità umana nel confronto si compiacque e trionfò.

Perchè (le anime giuste si volean fare una ragione secondo le dottrine religiose che il parroco impartiva loro) ella era stata scacciata dal padre; suo padre l’aveva ripudiata, diveniva per le genti come il cane malato d’idrofobia; ognuno si sentiva non che il diritto, il dovere di perseguitarlo, di finirlo; ognuno saziava su lui gl’istinti malvagi che in ogni anima si annidano e sorgono ad occasione propizia. Ella aveva perduto qualsiasi diritto nella legge morale delle genti, era diseredata, una creatura fuori dal comune, imparagonabile, un essere che non ha se non una speranza: la morte. Le donne specialmente, le donne, più aspre nell’esecuzione della condanna, non le avrebbero perdonato mai; esse iniziavano, compivano il male; esse si compiacevano di allungarlo e di incrudelirlo con malvagità animale.

Esse, che potevano prevedere e misurare l’estensione della colpa, più e più nella condanna erano rigide ed aspre. Se qualcuna, veramente buona nel cuore, sentì l’orridezza della cosa, fu costretta a tacersi e a seguire la maggioranza per non porsi fra i piedi un invincibile inciampo.